Quartett

Valter Malosti porta in scena la versione disidratata e disincantata del già masterpiece cinematografico  Le relazioni pericolose.

Il testo, recitato in due e pensato per quattro, colpisce e travolge di pugni fitti e parole spavalde.

Raffiche continue, feroci e inappellabili. Fino al colpo di grazia.

Definitivo e senza scampo.

Un corpo a corpo tra antagonisti crudeli, determinati a masticarsi fin dentro al cuore.

Scuoiare ogni sentimento.

Sublimare la crudeltà in poesia.

Superare la morte, già in questa vita.

La delicatezza di un négligé rosa pallido, illumina di contrasto la nera bravura della protagonista femminile di questa sfida. Prima donna, in assoluto, come e più di Eva. Incanta, fino a far perdere la testa con un colpo di ghigliottina.

L’universo maschile che risponde, a tratti cede alla vanità di un ruolo da conquistatore oramai traballante.

Per giocare al massacro, occorre la furba intelligenza della pazienza.

Il pubblico è teso, in bilico su una corda che ondeggia sull’abisso di un piacere sconsiderato.

Il testo, splendido e maledetto, non sussurra mai una volta la parola redenzione.

Vita che non supera la morte. Ma che si vive fino all’ultimo cedimento. Quello della propria carne masticata in silenzio. Da soli.

Dentro una boccata di fumo sputata in aria.

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L’avaro secondo Grock.

Questa non è una recensione. E’ un invito.

Per quelli più pigri e per quelli più moderni. Per quelli che dicono “non fa per me” e quegli altri che sbadigliano ancora prima di finire di pronunciare la parola “teatro”.

Lo ammetto, qui ed ora e non lo nego, che può esistere (ed esiste ve lo giuro perché l’ho visto), un Teatro un po’ ostico e difficile. Lontano sia dal luogo comune che dalla comprensione più plausibile. Un teatro verso cui bisogna essere educati,  portati per mano, accompagnati.

Ma resta e ne rimane il fondamento, quel Teatro immediato dove il pubblico non è mai uno spettatore, ma una parte attiva dello spettacolo. Come fosse un uomo in più. Il più importante.

“Quelli di Grock” non smetteranno di cantarvelo, all’inizio e alla fine, perché ricordiate bene come ci si sente ad essere “il re della compagnia”. Quello che decide di pagare per  ridere, piangere e alla fine applaudire.

Un teatro di tradizione e innovazione, che si prende in giro e recita se stesso.

L’esempio perfetto del classico che non annoia.

Vogliatevi bene, lasciate perdere i trenini e le lenticchie. A capodanno, andate a Teatro.

L’avaro, Teatro Leonardo di Milano. In scena fino al 1° Gennaio 2014.