L’incredibile storia di Sixto Sugarman Rodriguez

Nel 1972 una ragazza arriva in Sudafrica per incontrare il fidanzato.

Con sé porta una copia di Cold facts, un album pubblicato negli Stati Uniti da Sixto Rodriguez. Per uno stranissimo caso del destino, quell’album diventa popolarissimo tra le giovani generazioni della borghesia bianca dello stato africano, in cui la censura del regime di Botha stronca qualunque velleità di “ribellismo musicale”. Ed ecco che la canzone I wonder, con il suo esplicito riferimento: “I wonder how many times you have sex” diventa l’emblema di un’intera classe di adolescenti e, al pari dei Beatles, di Simon and Garfunkel, dei Rolling Stones, l’autore diventa un idolo per un’intera nazione.

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Già.. ma chi è l’autore?

Chi è questo Sixto Rodriguez, o forse Jesus Rodriguez, o ancora Sugarman (dal testo di un’altra stupenda canzone) ??

Nel suo paese natale, gli USA, lo conoscono in pochi: qualche traccia geografica nelle sue canzoni (California, New York..), case discografiche ormai estinte, nessun amico o conoscente. Gli appelli sui cartoncini del latte che vanno a vuoto.. Nulla di nulla…

Forse è morto: chi dice che si è dato fuoco sul palco, altri che riferiscono che si sia sparato durante una performance… Niente, tutto tace..

Finché non arriva internet…

L’incredibile e vera storia di Sixto Rodriguez è narrata dallo splendido documentario di Malick Bendjelloul, Searching for Sugarman, che ripercorre la vicenda di un cantautore geniale, paragonato dai suoi discografici a Bob Dylan, autore di canzoni melodiche e durissime, uniche per sound e ritmo, ma incredibilmente ignorato dal grande pubblico e ben presto fagocitato da un’anonima esistenza.

Non credo di svelare nessun mistero (ma potete anche non leggere oltre) nel ricordare che Rodriguez non è affatto defunto, ma è vivo e vegeto: riportato in vita dall’affetto dei fans, oggi tiene molti concerti sold-out ed è onorato come un grandissimo della musica etnica-folk.

Il pregio del bel documentario di Malick Bendjelloul, premiato con l’Oscar, è di mettere a confronto vite che si sono incrociate senza nemmeno saperlo: Sixto ignaro dell’affetto dei fans sudafricani, i sudafricani ignari della sua identità e della sua stessa esistenza in vita.

Una sequenza su tutte testimonia questa storia pazzesca: quando Rodriguez arriva in Sudafrica nel 1998, i suoi fans sono dubbiosi sul fatto che sia lui il loro vero idolo, perciò attendono con ansia il primo concerto, che si annuncia diverso da qualunque altro.

Rodriguez entra in scena, il basso continua a suonare una nota ripetitiva e ossessiva mentre tutti gli spettatori trattengono il fiato in attesa di risolvere l’enigma, di sentire se quella è la voce che tanto amano da oltre vent’anni…

Poi inizia I wonder.

ed è delirio !

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Fill the void: il coraggio di una ragazza

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Shira è una giovane ragazza ebrea che pur appartenendo ad una famiglia di stretta osservanza religiosa è in grado di condurre una vita libera a Tel Aviv: progetta il futuro, e forse si è trovata un ragazzo. Un giorno però, durante la festa del Purim, la sorella incinta di 9 mesi muore lasciando soli un marito, Yochai, ed il figlio che portava in grembo. Quando trapela la notizia che Yochai potrebbe accasarsi in Belgio portando con sé il bimbo, la famiglia decide di chiedere a Shira di sposare il genero, in ossequio all’antica legge del levirato (impartita dal Deuteronomio).

Meravigliosamente interpretata da Hadas Yaron, giustamente premiata a Venezia 2012 con la coppa Volpi per la migliore attrice protagonista, l’opera di esordio di Rama Burshtein è uno straordinario racconto intimo di una scelta dolorosa e decisiva, di quelle che cambiano per sempre una vita. Narrato con una sapiente dose di umorismo e pathos, il film affronta direttamente il dramma di due individui che il destino decide di unire. Prima riluttanti, poi sempre più consapevoli, Shira e Yochai costruiscono un rapporto tribolato, che deve fare a pugni con le rispettive sensibilità e con la prospettiva che la loro relazione deve necessariamente subire un cambiamento, rispetto ad una semplice frequentazione parentale.

Fill the void (La sposa promessa) è un’opera magnifica, che non pretende di introdurre una riflessione sul senso dell’obbedienza rigorosa alle tradizioni religiose, né sull’autoreferenzialità di una comunità chiusa in sé stessa (queste sono considerazioni lasciate alla libera interpretazione degli spettatori).

Il cuore del film è invece il dramma umano e intimo di una ragazza cui il destino riserva una scelta drammatica e decisiva, come quelle che a tutti capita, prima o poi, di dover assumere. Shira deve decidere se rivendicare l’autonomia della propria vita, e quindi “tradire” le regole su cui si fonda la sua comunità, o seguire la necessità della sua famiglia, e rinunciare alla sua libertà di donna.

La sceneggiatura della stessa Burshtein ha il pregio di cogliere, in un’atmosfera ipnotica e sospesa, ogni sfumatura dei pensieri di Shira, i sussurri della coscienza, i suoi tentennamenti, il suo lancinante conflitto interiore, disseminando il percorso di “segni”, “parole”, che incanalano la storia come un fiume nel suo alveo: il bimbo che piange sempre, ma trova pace solo tra le braccia di Shira, o solo con le note della sua fisarmonica; il capo rabbino che le ricorda che alla base di un rapporto matrimoniale c’è sempre una questione di sentimenti, aprendo di fatto una riflessione infinita su che cosa sia davvero un sentimento.

La scelta finale è solo di Shira, che ricorre esclusivamente al suo coraggio, alla sua coscienza, diventando agli occhi del mondo simbolo imperituro del coraggio delle donne e della forza loro richiesta per essere mogli e madri. Il finale ipnotico e struggente lascia aperta ogni domanda su quale sarà la vita futura di Shira: per lei parlano i suoi occhi, il suo corpo di creatura innocente posto al cospetto dell’implacabile volontà del fato.

Un mondo lontano, un’altra cultura, ma emozioni e drammi comuni, universali e terribilmente umani.

Quando il destino bussa alla porta siamo tutti indifesi.