L’avaro secondo Grock.

Questa non è una recensione. E’ un invito.

Per quelli più pigri e per quelli più moderni. Per quelli che dicono “non fa per me” e quegli altri che sbadigliano ancora prima di finire di pronunciare la parola “teatro”.

Lo ammetto, qui ed ora e non lo nego, che può esistere (ed esiste ve lo giuro perché l’ho visto), un Teatro un po’ ostico e difficile. Lontano sia dal luogo comune che dalla comprensione più plausibile. Un teatro verso cui bisogna essere educati,  portati per mano, accompagnati.

Ma resta e ne rimane il fondamento, quel Teatro immediato dove il pubblico non è mai uno spettatore, ma una parte attiva dello spettacolo. Come fosse un uomo in più. Il più importante.

“Quelli di Grock” non smetteranno di cantarvelo, all’inizio e alla fine, perché ricordiate bene come ci si sente ad essere “il re della compagnia”. Quello che decide di pagare per  ridere, piangere e alla fine applaudire.

Un teatro di tradizione e innovazione, che si prende in giro e recita se stesso.

L’esempio perfetto del classico che non annoia.

Vogliatevi bene, lasciate perdere i trenini e le lenticchie. A capodanno, andate a Teatro.

L’avaro, Teatro Leonardo di Milano. In scena fino al 1° Gennaio 2014.

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Totoro, ovvero il coraggio di tornare a sognare

Mentre si approssima il Natale, non sarebbe male rivedere Il mio vicino Totoro, uno degli stupendi capolavori firmati da Hayao Miyazaki, il grande genio dell’animazione giapponese cui già avevamo dedicato un tributo. (https://ilcirro.wordpress.com/2013/05/13/poesia-mitologia-e-metamorfosi-il-mondo-incantato-di-miyazaki/)
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Realizzato nel 1988 e giunto in Italia con “soli” 21 anni di ritardo, Tonari no Totoro rappresenta l’opera più personale del maestro, creata sulla base di ricordi della sua infanzia e dell’adolescenza ed ha segnato la storia dell’animazione, diventando un’icona per il pubblico giapponese, che può ammirare i protagonisti del film in un museo dedicato.

Due bambine, Satsuki e Mei, si trasferiscono con il padre in campagna per stare vicine alla madre ricoverata in clinica. Tra i boschi e i prati esse fanno conoscenza con gli spiriti benigni e buffi che governano la natura: gli spiritelli della fuliggine (i Nerini dei buio) e Totoro, troll dall’aspetto buffo e bonario (che viaggia con il gatto-bus), in grado di provocare (ed evocare) la pioggia, il vento, la germinazione dei semi.

Mescolando le antiche leggende nipponiche con la modernità della favola, Miyazaki confeziona un’opera affascinante, divertente e struggente, dove la leggerezza della trama lascia spazio ad un’amplissima gamma di invenzioni narrative e di profonde suggestioni, incentrate sulla poetica delle piccole cose: l’incanto di un prato, di una cascatella o di un grande albero, l’affetto per i genitori e per i figli, la capacità di sognare e di credere che l’impossibile si avveri, che accanto a noi ci sia qualcuno (o qualcosa) che ci sostenga nei momenti difficili.

Il_mio_vicino_totoroBuoni sentimenti e amore per la natura, dunque, in un film tutt’altro che stucchevole, bensì delicato e commovente: la sequenza in cui Satsuki aspetta per ore il padre sotto la pioggia alla fermata dell’autobus con la sorellina sulle spalle è una tra le più intense di tutto il cinema di animazione.

Come sarebbe bello ritrovare il coraggio di sognare e di vedere il mondo attraverso gli occhi di un bambino e di rivivere le emozioni di un tempo.

Forse Totoro aiuterà anche noi.