Vivere è un abuso, recitare è un pretesto

Non è il Don Giovanni di Mozart. Non è quello di Molière.

È il Don Giovanni di Filippo Timi, che scrive e dirige se stesso dentro una scena pensata allo scopo.

Si promette un abuso. Si realizza uno scandalo.

Forte di un nome che non sa farsi garanzia, Timi porta in scena uno spettacolo che dovrebbe essere sovversivo e che invece risulta solo inconcludente e fastidioso.

Se a fronte di un nome affermato, non sei in grado di sviscerare oscenamente il tuo talento, sei solo un teatrante da Bagaglino.

Timi, ovvero l’illusione di essere attore.

Ne consegue delusione di uno spettatore che credeva d’essere a teatro e si è invece ritrovato in un circo di palpatine e toccatine da Vanzina.

Scene buttate alla rinfusa senza continuità logica. Vocette falsette, che fanno da parafrasi a una grande capacità recitativa che si svuota in macchietta ridicola ma accattivante per un pubblico ammiccante.

La cifra ironica del Romeo e Giulietta, debordata in Favola, diventa adesso uno stanco ritornello di cose già sperimentate e riproposte al peggio.

Il mito barocco eccessivo e blasfemo di Don Giovanni perde tutta la sua carica eversiva dentro il delirio egocentrico e vuoto di un attoregista che deve ancora (ancora e ancora) dimostrare di non essere linguisticamente e sessualmente represso con mezzucci da avanspettacolo spacciati per avanguardia intellettuale.

Nessun rimpianto nell’aver abbandonato la sala durante l’intervallo.

Anzi, solo uno.

Quello di non aver potuto godere degli splendidi costumi che, vuoti di regia, avrebbero saputo raccontare un Don Giovanni veramente votato all’abuso della vita.

 

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