Jonathan Demme ed Enzo Avitabile

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Un incontro impensabile ed imprevedibile, nato dall’ascolto casuale di un brano in radio.

Jonathan Demme, il grande regista premio Oscar per Il silenzio degli innocenti ed Enzo Avitabile, il poliedrico musicista napoletano.

Enzo Avitabile Music Life è un film-documentario con cui Demme racconta la musica, la famiglia e il mondo di un personaggio fuori dagli schemi, che ha costruito un percorso artistico del tutto personale, fondendo molte anime della musica: la canzone napoletana, il jazz, il soul e la musica etnica, solo per citarne alcune.

Dice Demme: “Enzo Avitabile Music Life è il risultato di una settimana incredibile trascorsa con questo eccezionale uomo di musica, di un viaggio attraverso Napoli e di uno speciale ritorno al suo magico luogo di nascita, Marianella”. Mentre Avitabile racconta: “Ho raccontato e rivisitato luoghi e ricordi, una sorta di passato con gli occhi del futuro in un presente pronto ad accogliere musicisti amici e suoni del mondo al di là dello spazio e del tempo”.

E’ una bella notizia sapere che il film, presentato l’anno scorso alla Mostra del Cinema di Venezia, non si è perso nei meandri della distribuzione italiana e che da lunedì sarà nelle sale cinematografiche per un doveroso (anche se breve) passaggio. Il documentario di Demme è indubbiamente ben fatto: le immagini dei quartieri di Napoli, la vita quotidiana, ordinaria e non, di Avitabile, sono accompagnate dall’ascolto della sua musica, la vera protagonista del film. Dalle tradizioni più antiche degli artisti di strada, fino alla musica contemporanea, nel film sfila una straordinaria serie di artisti provenienti dal Sud del mondo (Eliades Ochoa, Naseer Shamma, Gerardo Núñez, Ashraf Sharif Khan, Poonchwala, Trilok Gurtu, Luigi Lai, Zi’ Giannino Del Sorbo, Amal Murkus, Djivan Gasparyan Trio, Hossein Alizadeh, Daby Touré e Bruno Canino – da casertanews.it -) alla ricerca di una spiritualità arcaica e complessa, che nasce e si sostanzia nella sonorità di strumenti e  voci antiche e popolari e si completa nel moderno desiderio di evasione.

Un’opera che merita una visione.

Ma, soprattutto, un ascolto.

L’alba dell’arte

Per centinaia di migliaia di anni, la creatività umana si è manifestata soprattutto come cultura tecnico-scientifica, cioè la produzione di armi od utensili atti a migliorare la qualità della vita ed a sostenerne le attività essenziali quotidiane. Con la comparsa dell’Homo sapiens sul palcoscenico della natura, si assiste invece alla nascita delle prime espressioni artistico religiose: già l’uomo di Neanderthal sviluppa rituali durante le sepolture, ma è grazie all’umanità moderna che si riscontra una vera esplosione di creatività artistica. Con il Paleolitico superiore nasce, infatti, l’arte vera e propria: vale a dire la consapevole rappresentazione in forma simbolica delle esperienze di vita vissuta, delle emozioni provate o del proprio modo di rapportarsi con l’ignoto. Le testimonianze di queste fasi evolutive sono oggi suddivise dai paleontologi in due fondamentali categorie: l’arte mobiliare, prima forma in assoluto di rappresentazione artistica, consistente per lo più nella scultura di statuette muliebri o a soggetto animale, e l’arte parietale o rupestre, cioè la pittura e/o l’incisione su pareti rocciose di immagini naturalistiche o simboliche, attestazione di un più profondo senso estetico. Di quest’ultima tipologia parleremo qui, effettuando una veloce carrellata sui maggiori siti archeologici del mondo fino ad arrivare alle popolazioni più vicine a noi, ricordando innanzitutto che le testimonianze di arte parietale ad oggi conosciute ricoprono un periodo che va dal Paleolitico superiore, e si estende oltre le soglie del Neolitico ed in alcuni casi fino all’era dei metalli.

 NEL MONDO: TESORI NEI DESERTI

I reperti più antichi ad oggi conosciuti compaiono negli altopiani della Tanzania, e sono attribuiti ad antichissime popolazioni di cacciatori vissuti circa 40 mila anni fa.

In Australia le culture aborigene hanno lasciato significative tracce del loro passato anche sotto forma di dipinti parietali, vecchi di almeno 18 mila anni, e raffiguranti in forme stilizzate e sintetiche sia la fauna dell’epoca, sia una ricca testimonianza dei rituali religiosi ancestrali.

Dipinti e graffiti assolutamente straordinari sono stati ritrovati nel Sahara algerino, nei tassili gravure3 tassilidistretti del Tassili-Hoggar: essi documentano oltre sette mila anni di cultura sahariana, prima che la regione si trasformasse nel più esteso deserto del pianeta, e costituiscono una preziosissima testimonianza di un ambiente e di una civiltà ormai scomparsi da millenni. Le tracce più antiche risalgono a 10-8 mila anni fa e raccontano di una fauna incredibilmente ricca e varia: antilopi, giraffe, elefanti, felini, ippopotami, rinoceronti, asini selvatici, iene, struzzi, serpenti e pesci. Poi, lungo un intervallo che si estende fino alle soglie della desertificazione (3 mila anni fa), si susseguono diverse fasi pittoriche: la fase pastorale, la fase del cavallo (con la documentazione figurativa delle prime domesticazioni e dei primi carri trainati) ed infine la fase del cammello, che testimonia di una cultura molto vicina a quelle berbere attuali. Le tecniche di realizzazione prevedevano per i graffiti la martellatura, mentre per i dipinti la fissazione con materiale minerale ed organico di pigmenti quali l’ocra rossa e gli ossidi del ferro.

Altri importanti siti si trovano in Messico ed in Nordamerica.

IN EUROPA: LE CATTEDRALI NELLA ROCCIA

Particolarmente affascinanti sono i siti archeologici localizzati tra Francia e Spagna, i quali costituiscono l’arte franco-cantabrica, cioè una serie di manifestazioni artistico-religiose lasciate da popolazioni vicine sia geograficamente, sia culturalmente, che risalgono al periodo culturale definito Maddaleniano (da 15 a 11 mila anni fa), contemporaneo alla comparsa dell’Uomo di Cro Magnon, vale a dire l’umanità moderna nel suo ultimo stadio evolutivo. Queste antiche popolazioni ci hanno lasciato quelle che sono spesso definite, per la loro imponente aura di sacralità, ”cattedrali nella roccia”: si tratta di luoghi di ritrovo, in gran parte caverne, grotte, antri, in cui venivano rappresentate ed idealizzate le vicende della vita quotidiana: i più celebri tra questi notevoli capolavori sono le grotte di Altamira, Lascaux e Chauvet-Pont d’Arc, che qui descriveremo rapidamente.

Le grotte di Altamira sono site presso Santillana del Mar nella provincia di Santander, in Spagna e sono conosciute dal 1879. Abitate già 22 mila anni fa, conservano uno straordinario patrimonio di pitture naturalistiche datate tra 15 e 13 mila anni fa raffiguranti bisonti, cavalli, cervi; sono inoltre state rintracciate figure umane e motivi non naturalistici. Con grande senso artistico i pittori paleolitici hanno sfruttato i rilievi della caverna per dare ulteriore profondità ai propri disegni, ed i giochi di luce naturale per aumentarne le sfumature. Appare tuttavia incredibile che per realizzare queste vere e proprie opere d’arte siano stati utilizzati solo due pigmenti: il rosso dell’ossido di ferro ed il nero opaco del manganese, stemperati poi nelle diverse tonalità.

Scoperta nel 1940, la grotta di Lascaux, sita sulla riva sinistra del fiume Vezere, nel Lascaux-BrokenMassiccio Centrale francese, regione del Perigord, presenta straordinari cicli di dipinti figurativi risalenti a circa 17 mila anni fa: vi compaiono soprattutto cavalli, poi bisonti, cervi e stambecchi, vale a dire le prede di caccia di quelle antiche popolazioni; nelle parti profonde della caverna sono dipinti i predatori, quali felini ed orsi. Accanto alle pitture naturalistiche, Lascaux ospita altri importanti cicli pittorici non naturalistici, tra i quali vanno ricordati i “segni”, cioè punti, linee, quadrangoli, triangoli, cerchi, pentagoni, a volte semplici, a volte incredibilmente complessi. E poi, nel “Pozzo dell’Uomo Morto” si ritrova l’unica, straordinaria rappresentazione di una figura umana, stilizzata, quasi caricaturale.

horses2Ultima tra le grandi cattedrali nella roccia ad essere scoperta (1995) la grotta di Chauvet è quella che conserva i dipinti più antichi, risalenti ad oltre 31 mila anni fa. Sita nella regione dell’Ardeche, la grotta presenta testimonianze che si collocano cronologicamente nel periodo Aurignaziano, il quale costituisce un livello evolutivo caratterizzato non solo da un notevole miglioramento delle tecniche di produzione degli utensili di caccia, ma anche da una vera affermazione dell’usanza di ornamentazione del corpo umano. La fauna dipinta dai pittori di Chauvet è sconcertante: diversamente da quanto accade ad Altamira e Lascaux vi sono infatti rappresentati animali che non potevano costituire gli obiettivi di caccia delle popolazioni paleolitiche. Rinoceronti, leoni, orsi e mammut rappresentano infatti oltre il 60% delle specie raffigurate e la qualità dei disegni appare sorprendente in considerazione dell’età dei reperti: vi si rintracciano infatti soluzioni tecniche raffinate, quali l’ombreggiatura e la prospettiva.

IN ITALIA: LA ROSA CAMUNA E LE VIE DEGLI ANTICHI LIGURI

Anche in Italia vi sono importanti testimonianze di questa forma di espressione artistica, quali, ad esempio, la magnifica Grotta dei Cervi, presso Otranto, o le grotte di Toirano e dei Balzi Rossi in Liguria. Uno tra i più suggestivi siti italiani si trova in Lombardia: l’intera Val Camonica, infatti, conserva inalterate le tracce del passaggio di una la-rosa-camuna---arte-rupestre-della-valle-camonica---sidelle più straordinarie civiltà che abbiano mai abitato il nostro paese: i Camuni. La presenza di questo popolo è documentata a partire da 9-8 mila anni fa, e si protrae almeno fino al 16 a.C., quando esso fu assorbito dalla cultura romana. Tra i reperti ritrovati compaiono incredibili cicli di incisioni rupestri lasciati sulle pareti rocciose della valle: da semplici figure di carattere naturalistico si passa, attraverso un vera e propria evoluzione artistico-culturale, alla rappresentazione di figure stilizzate e simboliche tese a descrivere non solo la vita quotidiana, ma anche le credenze astronomiche e religiose di quell’antico popolo per il quale il culto del sole, della natura e dei morti, costituiva il fondamento del proprio universo di fede. Proprio una di quelle antiche incisioni è stata adottata come simbolo dalla Regione Lombardia: si tratta della “rosa camuna”, che compare in un centinaio di forme e sembra possedere un significato astronomico, legato alle eclissi o ad alcuni rituali solari.

I Liguri sono attualmente considerati come la prima civiltà di cui sia documentata la presenza nell’Italia nord-occidentale; a questa civiltà sono attribuiti alcuni dei cicli parietali più suggestivi del Mediterraneo e dell’Italia settentrionale, tra i quali la grotta dei Balzi Rossi. Un sito molto vicino a noi nello spazio e nel tempo si trova in Piemonte, lungo le vie che risalgono le valli del monte Bego, in cui si erano insediate comunità identificate oggi nei liguri Comati (o Capillati). In queste zone sono state ritrovate numerose incisioni rupestri, prodotte verosimilmente con scalpelli rudimentali, e risalenti all’età del Rame e del Bronzo (2.500-1.700 anni fa), raffiguranti le attività agricole, gli astri ed i fenomeni naturali.

L’ALBA DELL’ARTE

Nelle forme in cui si manifesta in tutto il mondo, l’arte rupestre rappresenta indubbiamente una straordinaria testimonianza dello sviluppo del pensiero durante le fasi che hanno portato all’umanità moderna. Gli studiosi che nel tempo hanno affrontato l’interpretazione di questi straordinari retaggi dell’alba dell’arte concordano nell’affermare che il significato dei cicli parietali consista inizialmente in una funzione naturalistico–descrittiva, finalizzata alla trasmissione delle impressioni maturate dall’osservazione della natura e dalle battute di caccia. Ben presto però, soprattutto in Europa, i luoghi di ritrovo degli antichi cacciatori diventarono veri e propri santuari, nei quali venivano celebrati riti iniziatici e propiziatori con aspetti magico-religiosi, cosmologici e mitologici. L’ipotesi avanzata da alcuni circa l’interpretazione delle frequenti associazioni di animali come simbologie sessuali non ha invece mai trovato conferma.

Al di là della bellezza e della suggestione esercitata ancor oggi da quei primi germogli del pensiero artistico, l’arte rupestre paleolitica rappresenta, quindi, una tappa significativa nel corso dell’evoluzione culturale, nella quale l’uomo si rivela in grado di concepire espressioni di carattere astrattivo, plasmando la materia non più per soli fini utilitaristici, ma anche per assecondare le proprie pressanti esigenze spirituali: il bisogno di lasciare traccia di sé, di soddisfare la propria inappagata necessità di conoscenza e di cercare conforto nell’eterno ed insondabile confronto con la natura e con l’ignoto.