Quartett

Valter Malosti porta in scena la versione disidratata e disincantata del già masterpiece cinematografico  Le relazioni pericolose.

Il testo, recitato in due e pensato per quattro, colpisce e travolge di pugni fitti e parole spavalde.

Raffiche continue, feroci e inappellabili. Fino al colpo di grazia.

Definitivo e senza scampo.

Un corpo a corpo tra antagonisti crudeli, determinati a masticarsi fin dentro al cuore.

Scuoiare ogni sentimento.

Sublimare la crudeltà in poesia.

Superare la morte, già in questa vita.

La delicatezza di un négligé rosa pallido, illumina di contrasto la nera bravura della protagonista femminile di questa sfida. Prima donna, in assoluto, come e più di Eva. Incanta, fino a far perdere la testa con un colpo di ghigliottina.

L’universo maschile che risponde, a tratti cede alla vanità di un ruolo da conquistatore oramai traballante.

Per giocare al massacro, occorre la furba intelligenza della pazienza.

Il pubblico è teso, in bilico su una corda che ondeggia sull’abisso di un piacere sconsiderato.

Il testo, splendido e maledetto, non sussurra mai una volta la parola redenzione.

Vita che non supera la morte. Ma che si vive fino all’ultimo cedimento. Quello della propria carne masticata in silenzio. Da soli.

Dentro una boccata di fumo sputata in aria.

Un tram che si chiama desiderio

La scena è ingombrante e la vista accecata.

I fari fissi sono puntati sul pubblico, luce viva che morde gli occhi e costringe ad un disagio obbligato e perenne.
Altri fari mobili, a scatti continui, seguono gli attori sulla scena, e ritornano ad aggredire il pubblico. A suo malgrado, inchiodato agli eventi.
Narrati, quasi accompagnati da una voce che altrimenti sarebbe fuori capo, ma che nell’allestimento di Latella diventa protagonista.
Sono tanti i fantasmi da affrontare, portando in scena il classico immenso e magnifico di Tennessee Williams. E non c’è che un solo modo per farlo: scardinando ogni rimando.
Il mondo di Blanche urla un disperato sogno/bisogno: Io non voglio il realismo.

E da qui, tutto si anima e svolge.
Un racconto al rovescio, che non si muove sulla scena, così fastidiosamente densa di casse, assi, luci e microfoni.
No, non è li che vibra l’azione consumata in dramma.
L’azione è nella testa.
Quella del pubblico, inchiodato sulle sedie, stuprato dalla visione di un disagio ansimato e assoluto. Raccontato passo passo in uno scambio ora serrato ora appena appena accennato.
Uno sguardo di Blanche, un silenzio fulgido di Stella, l’impietoso cinismo masticato e sputato rabbioso da Kowalski.

Scena dopo scena Latella costruisce il suo spettacolo hollywoodiano, sugli appunti precisi del dottore che accompagna Blanche come fosse voce di coscienza: custode assoluto di quel bisogno di fiaba, esasperato fino alla disperazione di ogni se.

Quando tutto si spegne, capisci che “Certe volte all’improvviso esiste dio”.

Premio Ubu e Premio Hystrio per la regia di Antonio Latella. Premio Hystrio e premio Le maschere del Teatro a Laura Martinoni, miglior attrice protagonista. Premio Ubu e premio Le maschere del Teatro a Elisabetta Valgoi, miglior attrice non protagonista.