PRIDE: ormai ci accontentiamo di poco.

Mi sono avvicinato a PRIDE con grande interesse: la vicenda dell’alleanza tra omosessuali e minatori nell’Inghilterra thatcheriana è davvero troppo invitante per essere tralasciata. In sostanza si racconta di come il movimento fondato da gay e lesbiche abbia sostenuto gli scioperi dei minatori gallesi a metà degli anni ’80 e di come sia stato da questi ricambiato nella battaglia per il riconoscimento dei diritti civili.

Il film è certamente ben confezionato ed espone con chiarezza le vicende narrate, eppure non sembra elevarsi oltre una breve, sentita e onesta lezioncina morale. Non c’è traccia del graffiante humor britannico alla Frears, nessuna profonda denuncia sociale e civile alla Loach, nulla si dice delle battaglie parlamentari che hanno portato alle leggi egualitarie, ma solo un educato e sorridente racconto dove, più di trent’anni dopo i fatti, ci si informa che i minatori e le loro famiglie hanno partecipato al Gay Pride, dopo aver compiuto un tour culturale per le periferie di Londra tra lap dance e sex toys di gomma…

Insomma il tema centrale del film resta la diffidenza iniziale, e la successiva benevolenza, con cui i gallesi hanno accolto i giovanotti londinesi, con il contorno di una protagonista cattiva e sabotatrice, del bravo ragazzo tutto studio e famiglia che in breve si scopre “diverso” (ma forse anche no…), della lesbica che forse non è lesbica ma bisex… Tutto già visto e stravisto.

Forse nel 2015 ci si aspetta un cinema meno didascalico, più incisivo; forse in alternativa alle megaproduzioni hollywoodiane tanto seriali quanto poco serie, anche Pride appare come una boccata di aria buona.

Un film carino, insomma, ma le emozioni sono rimaste a casa.