La Grazia infinita di Philomena

Irlanda, 1952. Una ragazza, Philomena Lee, ha un rapporto sessuale con un tipo conosciuto alla fiera. L’amore di un attimo, consapevole e felice, di due giovani. Lei resta incinta: guaio e scandalo, tanto da meritarsi il soggiorno a Roscrea, uno dei tanti conventi di suore dove le peccatrici vengono accolte e redente, ed i loro piccoli svezzati e dati in adozione (meglio sarebbe dire: venduti).

Judi Dence and Steve Coogan in PhilomenaDi questa autentica piaga sociale il cinema del Regno Unito si è già occupato più volte, basti pensare all’agghiacciante Magdalene, di Peter Mullan, Leone d’oro 2002. Anche Philomena di Stephen Frears ha concorso a Venezia, quest’anno, vincendo il premio per la miglior sceneggiatura e sfiorando il Leone d’oro, finito poi a Sacro Gra (mah..). Philomena Lee è un tipo tosto: passa tutta la vita a cercare quel figlio svanito nel nulla e, nel proprio nel giorno del suo presunto 50° compleanno, conosce un giornalista BBC, di recente caduto in disgrazia, e quindi disilluso e sconfortato, che decide di riscattarsi occupandosi del caso. Finalmente le nebbie si dipanano e, lentamente, prende corpo un’incredibile vicenda umana, ricca di colpi di scena e sorprese impensabili.

Stephen Frears, monello provocatorio e dissacrante del cinema UK, costruisce come al solito una perfetta macchina narrativa, essenziale e scarna, in cui il consueto tocco graffiante e irriverente lascia spazio ad un complesso intreccio di umorismo e dramma, leggerezza e commozione, dove l’oggetto principale non è tanto la ricerca di un figlio da parte di una madre, ma la madre stessa, la sua Fede incrollabile in un Dio che non è quello venerato da talebani della fede nei conventi o negli istituti religiosi, ma quell’afflato di umanità che alcuni individui hanno nel cuore e che è l’essenza stessa del messaggio cristiano. Quella predisposizione dell’anima che consente a Philomena di affrontare con soavità un autentico calvario umano, fatto di emozioni forti e contrapposte, di gioia e di disperazione, e di uscirne giganteggiando sui resti del passato e sulle persone che le hanno causato tante sofferenze. 

Il tema della Fede e del Perdono è dunque l’asse portante del film, ed è magistralmente descritto ponendo a confronto due diverse personalità: il giornalista freddo, cinico, arrabbiato, che vorrebbe gridare alla vergogna ed esigere giustizia, e la madre, che vive invece il tutto come un dramma personale al quale solo il suo cuore e la sua anima possono porre la parola fine.

Detto dell’impeccabile struttura narrativa di Frears e della bravura del cast, non possiamo che inchinarci reverenti di fronte all’ennesima magistrale interpretazione dell’immensa Judi Dench: eccentrica, naif, leggera, commovente, schietta e struggente; abilissima nel dar vita a una figura contraddittoria, multiforme e complessa, in balia dei sussurri dell’anima ma ancorata alla certezza granitica conferitale dalla sua fede inestinguibile.

Il Leone perduto di Venezia 2013.

Un grande film. Senza se e senza ma.

Skyfall, una corsa nel tempo

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Una Londra immobile, algida e senza tempo: James Bond la osserva dall’alto dopo un’incredibile serie di eventi che lo hanno trasformato in un eroe tutto nuovo, purificato ed immortale.

Non c’è dubbio che la nuova avventura di James Bond, la ventitreesima, sia di gran lunga superiore alle altre per l’altissimo contenuto di temi, stili e linguaggi autenticamente cinematografici. Affidata alla mano del grande Sam Mendes (American beauty, Era mio padre) la saga dell’agente segreto più celebre della storia esce dalla routine dell’azione fine a sé stessa, al puro intrattenimento visivo, ed entra nel territorio dell’emozione.

Protagonista assoluto di Skyfall è il tempo, declinato in molteplici versioni.

Innanzitutto il tempo dell’azione, che si svolge nel solco della classicità: Bond (Daniel Craig) dato per morto in azione, torna alla caccia del cattivo di turno (e che cattivo: un sottile, lascivo, spietato Javier Bardem…); poi il tempo biologico che scorre inesorabile (anche il fisico di Bond decade e, senza che se ne accorga, le sue prestazioni atletiche crollano nei test psico-fisici dell’MI6).

Ma ecco entrare in scena un tempo inatteso: la memoria. Per salvare il suo capo, M (Judi Dench) Bond inizia un viaggio verso le origini, la sua terra, la sua storia. E mentre il film avanza, la pellicola si riavvolge su sé stessa, passando gradualmente dalle immagini abbacinanti di una Shangai ultramoderna e sfavillante alle lande desolate, gelide della Scozia, attraverso una Londra livida ed angosciosa. Costretto a rinunciare alle armi più moderne, che corrono il rischio di essere rintracciate per via telematica, Bond riesuma i vecchi arnesi del mestiere, a cominciare dalla mitica Aston Martin, perfino le bombole del gas e i fucili da caccia della sua vecchia casa.

Il viaggio a ritroso nel tempo è anche metanarrazione della leggenda stessa di Bond, è celebrazione e analisi, espiazione e purificazione dell’eroe che ammette, prigioniero di Bardem, che la sua missione è la “resurrezione”.

Ed ecco che nel superbo finale, apocalittico, ancestrale, quasi ultraterreno, il nuovo Bond esce dalle acque per la battaglia finale, per nuovo battesimo con la storia.

Una volta tanto l’agente segreto più celebre di sempre ha reso un grande servigio non solo a sua Maestà, ma anche al cinema più grande.

Grazie, 007 !!