Ulisse, il ritorno

Gli esseri mitologici per loro stessa natura possono diventare anticamera di noi stessi. Personificazione di ogni uomo e ogni tempo. Così questo Ulisse esce fuori dalla nicchia immobile di una storia secolare e viene a vivere la vita come figlio, amante, viaggiatore e sposo.

Riluttante ed entusiasta. Ammaliato o controverso. Come la stessa natura della Terra da cui si muove.

Quella Grecia, che a guardarla bene “non è un Paese ma un’idea che attraversa il mondo da secoli”.

Cosi noi, in quell’attraversare il mondo, dopo l’iniziale equivoco del viaggio verso una meta, riusciamo a ricondurci  al vero scopo del movimento: assolutamente inverso e necessario.

“Il viaggio è la prima cosa che dio ha creato. Poi il dubbio. Quindi la nostalgia”.

Così nasce la necessità del ritorno. Quasi “l’ossessione per il punto di partenza”. E li aggrapparsi per affrontare la più profonda delle consapevolezze: noi stessi.

Ulisse, pretesto onirico e immagine di superuomo pellegrino, ci prende per mano e ci riporta a casa. Qualunque sia il domicilio.

Lo spazio immutato di una sala con qualche tavolo, perde consistenza ma acquista necessità, nutrendo il nostro bisogno di ritorno.

Siamo imbarcati, siamo sobbalzati in treno, siamo bloccati su un autobus. Siamo semplicemente fermi al confine, in attesa di un “passaggio”.

Si sente la mancanza di tutti in questo ritorno. Di Strehler e di Fellini, di Artaud e Kavafis, Hikmet ed Angelopoulos.

Si sente la mancanza di “noi” e di “io”.

Per quelle idee che ci hanno digerito e fatto uomini, e adesso ci schiacciano mute e inconsistenti dentro il labirinto del niente contemporaneo.

Il vero viaggio è il ritorno. E il vero dio, è la Bellezza. Eccesso di sentimentalismo? Forse.

Ma in fondo, è solo teatro (?).

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Una specie di Alaska

Giorni ingoiati senza nemmeno sporcarsi. Rosa, neri, pari e dispari.

Uguali, dentro l’estetica immobile di un sonno che sfiora i trent’anni. Come quella famosa guerra ricordi? Quella che si studia a scuola, laggiù in Europa. Oltre il mare che fa rumore di gabbiani. Quelli che piacciono tanto alla tua sorellina. 
 
Di guerra tu ne ricordi un’altra. Scoppia ancora il Napalm che incendia il Vietnam.
È tutto finito, ma tu non lo sai ancora. Tu sai di soldati al fronte e di giochi e ripicche con le tue sorelle. Una troppo piccola per darti retta e un’altra invece troppo grande per starti dietro. Con quelle gambe lunghe che accavalla morbide poi. ..Sapessi come le attorciglia, sembrano due code di gatto.
 
Il bacio della buonanotte e la mamma che poi ti viene a svegliare quando stai per fare troppo tardi. Chè a te poi nemmeno piace dormire, figuriamoci!
 
E allora cosa mi sta raccontando quest’uomo che mi dice che ho dormito tanto. Ma tanto quanto?
 
Parla con voce da sconosciuto e io vorrei solo la mia camera, la mia mamma e il mio papà. 
Ma lui parla e io non so dove sono e perché. Dice che ho dormito, quasi come fosse una colpa. 
E dice che tanto è proprio tanto.
Tanto da cambiare le cose.
Quelle che conosco. Persino me stessa.
 
E persino Pauline, la piccolina.
Una vecchia che mi abbraccia e mi bacia e mi dice che è la prima volta che la guardo.
 
Vivere senza respiro. Intanto finiscono guerre mentre altre cento in altri cento posti scoppiano. Vivere senza sapere com’era l’ultimo bacio della mamma. Adesso chiuso per sempre dentro la sua bocca che riposa nell’eternità lontana che solo i morti conoscono e sanno.
 
Tu non sai. Tu non sei più. Non sei stata morta, perché adesso sei viva. Eppure non hai vissuto nemmeno uno di quei giorni. Nessuno dei tanti. Nè quelli neri nè quelli rosa. Nè i pari nè i dispari. 
 
In un altro mondo. Un altro tempo. Una specie di Alaska, dove nessun audace riusciva ad arrivare. 
 
E dove invece il pubblico entra, quasi costretto dallo spazio senza palcoscenico. Freddo e minimo come solo gli ospedali possono essere. Per copione d’abitudine e necessità. 
 
Un letto, un tavolo. Poche sedie.
Un uomo che aspetta. Una donna che dorme. Un’altra nascosta in attesa di un risveglio da autopsia.
 
Una specie di Alaska, rilettura egregia di Harold Pinter di uno dei racconti fatti da Oliver Sacks in “Risvegli”, viene portato mirabilmente in scena da Valerio Binasco al Teatro Franco Parenti di Milano. Fino al 19 Maggio.