Blade Runner 2049. Un capolavoro sul filo.

California, 2049.

La Tyrell Corporation, celebre per aver piazzato nelle colonie extramondo quegli androidi schiavi Nexus 6 che, tornati sulla terra nel 2019, hanno fatto un po’ di casino solo per avere un po’ più di vita, è stata assorbita dalla Wallace, i cui nuovi androidi offrono efficienza, compagnia, fedeltà e durata illimitata. Tuttavia, in giro c’è ancora qualche vecchio arnese di Nexus 8 (i vecchi Nexus 6 con il restyling del 2020) da ritirare (con la pistola, naturalmente): l’agente K provvede alla bisogna. Durante una di queste missioni, K trova una misteriosa cassa sepolta sotto un albero. Contiene i resti di una Nexus 6 femmina che, indiscutibilmente, è rimasta incinta. Scandalo a corte: nascondere tutto, trovare il bimbo (o la bimba, o tutti e due) e ritirarlo nel riserbo più totale. Perché, se gli androidi sapessero che possono riprodursi, con tutti quelli che ci sono in giro e con quello che gli abbiamo fatto fare da schiavi… hai voglia… vengono a prendersi tutto il cucuzzaro… e nell’extramondo ci finiamo noi, poveri umani stremati…

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Il nocciolo del nuovo Blade Runner è tutto qui: la possibilità della vita artificiale di procreare autonomamente. Attorno a questo assunto ruota un film sensorialmente eccezionale: la fotografia del grande Roger Deakins e la colonna sonora di Hans Zimmer producono una macchina spettacolare prodigiosa e, a tratti, coinvolgente fino alle lacrime. La regia di Denis Villeneuve è rigorosa nel voler seguire la lezione del leggendario film-padre del 1982: ambientazione distopica, tra una Los Angeles eternamente diluviata e una Vegas intrappolata dalle sabbie del deserto incipiente, a causa del collasso degli ecosistemi avvenuto nel 2020.

L’iconografia di BR 2049 si rifà certamente al film del 1982 ma, mentre quello creava un universo nuovo e autoreferenziale, questo pesca a piene mani anche dalla fantascienza più vicina. Non si possono non notare echi di Minority Report, A.I., del cinema di Refn, di Nolan e di certe serie tv attuali (Westworld, per esempio).

Il cast attoriale è al meglio. Un po’ svogliati i maschietti, a dir la verità: il neo blade runner Ryan Gosling con la sua monoespressione (la stessa dalla prima comunione, forse); Jared Leto nei panni di Wallace / novello Jesus Christ Superstar (e ci crede pure); il ribelle solitario (ancora??) Harrison Ford della serie lasciami-in-pace-che-cosa-vuoi-da-me; una Robin Wright inc…ata per essere stata degradata da presidentessa a capo della polizia… ah già, siamo ormai alle attrici donne.

Fantastiche. Silvia Hoeks perfida, cattiva, violenta, formidabile soldatino/segretaria di Wallace; Ana de Armas, la sensualissima Joi, vera rivelazione del film, governante olografica di K, dedita al soddisfacimento di ogni bisogno del capo, e dolcemente innamorata di lui.

Monumentale e complessa, BR 2049 è opera difficilissima da racchiudere in un solo sguardo, portando dentro di sé tante storie, tante linee narrative il cui sviluppo sarebbe il paradiso per gli amanti della fantascienza. Temi potenzialmente incendiari: il rapporto uomo/donna, ormai sempre più confinato alla virtualità (fantastica la scena d’amore tra K e Joi, laddove il desiderio più autentico e trascinante è espresso dalla lei-ologramma); il senso dell’essere padre/madre e figlio; la nascita di forme di vita pseudoumane con cui convivere, i ricordi e la memoria come segno distintivo della vita reale, la questione su che cosa sia umano e che cosa no…

Tutte fascinazioni che il film sceglie di non affrontare con forza, ma solo di evocare.

Qui sta il nocciolo della questione: le scelte della sceneggiatura. Le rivelazioni del film arrivano presto, quasi subito, a totale discapito del mistero; a tal punto che lo spettatore le coglie ben prima che siano esplicitate: capisci subito dov’è il figlio e chi ne sia il padre.

Da qui in poi il film si svolge, in un ritmo coinvolgente e dilatato, per accumulazione di idee, testi e sottotesti, fino ad un non-finale che esplicita chiaramente l’urgenza di un ulteriore capitolo. L’inquietante sensazione di un’opera non conclusa aleggia fortemente all’uscita del cinema (e, dopo 2 ore e 40 minuti di film, la cosa dà un po’ fastidio..).

Non c’è dubbio che BR 2049 sia un’opera epocale, ma su di essa aleggia l’ombra scura delle esigenze del marketing e della ormai conclamata sudditanza del cinema alla serialità televisiva. La strada verso la serializzazione del brand Blade Runner sembra dunque tracciata.

Speriamo di essere ancora in tempo per evitarla: allora celebreremo BR 2049 con il solo appellativo che merita: capolavoro.

 

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Gravity, una metafora della vita

Di odissee nello spazio ne abbiamo viste tante, da 2001 a Space cowboys, da Armageddon ad Apollo 13 (e a Wall-E).

Equipaggi che, a seguito di qualsivoglia accidente, si trovano costretti a lottare per la vita e per tornare a casa. Da questo punto di vista Gravity, il grande film di Alfonso Cuaron, non aggiunge nulla di nuovo: due astronauti (George Clooney – Matt Kowalski e Sandra Bullock – Ryan Stone) al lavoro su uno shuttle vengono investiti da una pioggia di detriti e sono costretti ad una disperata battaglia per la sopravvivenza. Va detto che gli sceneggiatori si sono presi qualche licenza scientifica: basterebbe che solo una piccola parte di ciò che si racconta nel film accadesse davvero per perdere fior di ingegneri…

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Tuttavia, Gravity è un’opera di sicuro interesse.

Innanzitutto per le tecniche di ripresa, quasi interamente realizzate con il computer e con la digitalizzazione dell’immagine e del sonoro, che hanno reso possibili le lunghe sequenze “indoor” a gravità zero, affidate interamente ad una straordinaria Sandra Bullock, impegnata in una prova superba, anche dal lato “fisico”.

L’apparato “visivo” di Gravity è sbalorditivo: i lunghi panorami della Terra, le immagini delle albe, delle aurore e dei riflessi del Sole sull’atmosfera e sugli oceani sono davvero uniche ed impagabili.

La prima parte del film è puro thrilling: la pioggia di detriti, la lunga traversata nel buio del cosmo per tornare alla base e l’aggancio alla stazione spaziale sono raccontate con ritmo serratissimo (e dolente, considerando la necessità del sacrificio di Clooney-Kowalski).

Poi, il film subisce un’autentica virata, proprio a partire dall’episodio così discusso da parte di molta web-critica: il ritorno di Clooney nell’abitacolo, accanto alla collega, ritenuto dai più un insulto all’intelligenza degli spettatori. Eppure, proprio questo fatto imprime al film una decisa svolta mistica e “metafisica”: partendo dall’elaborazione di un antico dolore personale, la dottoressa Stone riesce a trovare le energie per affrontare il viaggio di ritorno, che si trasforma in un coinvolgente percorso di purificazione personale e rinascita morale.

Il passaggio attraverso i quattro elementi fondamentali (aria, fuoco, acqua e terra, in quest’ordine esatto) rappresenta un rito iniziatico di ricostruzione individuale che configura l’intero viaggio di Gravity come un’allegoria della vita, con il ricorso a elementi mitici e simbolici che la sci-fi aveva abbandonato da tempo.

Gravity getta quindi un ponte ideale con la fantascienza che abbiamo più amato, almeno fino al 1982 circa (“Io ne ho viste cose…”) scavalcando le insipienti pellicole degli ultimi anni: gli inutili sequel di Alien (non escluso l’incomprensibile Prometheus), la nefasta seconda trilogia di Star Wars e tutti gli Avatar passati e (sic) futuri.

Opera di cinema, sul cinema, dunque, sul modo di recuperare la potenza descrittiva e simbolica delle immagini, ad imperitura testimonianza che la rivoluzione indotta dalla settima arte è indiscutibilmente rappresentata dal dominio e dalla pienezza dell’immagine sulla parola e sulla sceneggiatura.

Ricordiamocelo, ogni tanto.