Tango Libre, quando il ballo è libertà

Avevo perso le tracce di questo film, subito dopo averlo visto alla Mostra di Venezia nel 2012, e mi ricordo di aver pensato che sarebbe stato un peccato non trovarlo nelle sale.

Invece eccolo qui il bel film di Frederick Fonteyne, che narra della complessità del rapporto uomo-donna e delle relazioni amorose.

J.C. è una guardia carceraria che conduce una vita assai monotona. Unica concessione: la passione per il tango, per cui segue un corso di apprendimento: qui conosce Alice e se ne innamora. Quella stessa Alice che, nel carcere dove lavora J.C., ha il marito e l’amante…

Un passo a quattro sulle ali della musica, tra dramma e vita, all’insegna di una divertita impertinenza, dove la potenza e la sensualità del ballo irrompono a sconvolgere le vite ed a scatenare un irrefrenabile desiderio di libertà.

Bravissimi gli interpreti, su tutti Anne Paulicevich, che è anche co-autrice del film.Immagine

Forse un po’ disomogenea la regia, che oscilla, senza osare troppo, tra scandalo, provocazione, malizia e esplorazione sociale, senza dare al film un’impronta precisa.

In ogni caso un piccolo gioiello, che vale la pena vedere, per riflettere con leggerezza e senza troppa angoscia su temi ormai ampiamente “moderni”.

A ritmo di tango.

Quartett

Valter Malosti porta in scena la versione disidratata e disincantata del già masterpiece cinematografico  Le relazioni pericolose.

Il testo, recitato in due e pensato per quattro, colpisce e travolge di pugni fitti e parole spavalde.

Raffiche continue, feroci e inappellabili. Fino al colpo di grazia.

Definitivo e senza scampo.

Un corpo a corpo tra antagonisti crudeli, determinati a masticarsi fin dentro al cuore.

Scuoiare ogni sentimento.

Sublimare la crudeltà in poesia.

Superare la morte, già in questa vita.

La delicatezza di un négligé rosa pallido, illumina di contrasto la nera bravura della protagonista femminile di questa sfida. Prima donna, in assoluto, come e più di Eva. Incanta, fino a far perdere la testa con un colpo di ghigliottina.

L’universo maschile che risponde, a tratti cede alla vanità di un ruolo da conquistatore oramai traballante.

Per giocare al massacro, occorre la furba intelligenza della pazienza.

Il pubblico è teso, in bilico su una corda che ondeggia sull’abisso di un piacere sconsiderato.

Il testo, splendido e maledetto, non sussurra mai una volta la parola redenzione.

Vita che non supera la morte. Ma che si vive fino all’ultimo cedimento. Quello della propria carne masticata in silenzio. Da soli.

Dentro una boccata di fumo sputata in aria.