Lincoln, il fascino della parola.

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La Guerra di Secessione americana è argomento onnipresente nella cultura cinematografica e televisiva a stelle e strisce: dai film storici (Gettysburg) ai western (Soldati a cavallo, Sentieri selvaggi)  fino ai più leggeri serial tv (Hazzard), solo per citare alcuni esempi. Che cosa è dunque necessario aggiungere a ciò che è stato già raccontato? Forse nulla, ma la novità può essere il come raccontarlo.

Nel realizzare un film su Abraham Lincoln, la scelta artistica di Steven Spielberg è quella di descrivere una storia arcinota attraverso una narrazione diversa dalle attese: ecco perché il suo Lincoln ricorda più Amistad che Ryan. Un film dove la parola prevale sull’azione: Spielberg sceglie il racconto indiretto, preferendo evocare i fatti salienti della guerra come fossero solo rumori di fondo, e lo stesso assassinio del Presidente si manifesta solo come un completamento necessario e dovuto, ma nulla più. 

L’approccio alla pellicola è tutt’altro che semplice, poiché ci aspettiamo azione, concitazione e narrazione; invece al centro di ogni sequenza vi è la personalità straordinaria e unica di un Presidente fuori dagli schemi: logorroico cantastorie, autodidatta della parola, comandante in capo e pater familias fragile e indeciso. Occorrono molti minuti per adeguare le nostre aspettative al tempo narrativo del film, ad accettare il suo andamento sincopato, sussurrato, avvolgente. Il nucleo della pellicola è costituito dalla sofferta, complessa approvazione del fatidico 13° emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, inerente l’abolizione della schiavitù: la lunga (e sporca) trattativa per ottenere i voti decisivi all’approvazione del testo, con corollario di promesse economiche ai “destinatari” che nulla hanno di diverso da ciò cui siamo abituati nell’Italia di oggi.

Opera dunque cerebrale, ma solo apparentemente fredda: con il trascorrere dei minuti la tensione e l’emozione lievitano gradualmente, ma inesorabilmente, scandite dallo scorrere del tempo verso i minuti e le ore che hanno scritto la storia dell’Occidente, grazie anche ad alcune sequenze da antologia del cinema: l’incontro notturno di Lincoln con due giovani telegrafisti ai quali cita Euclide come sostegno alla teoria dell’eguaglianza tra gli uomini, il ritorno a casa di Taddeus Stevens (un eccelso Tommy Lee Jones) con il testo originale dell’agognato emendamento tra le mani, la resa muta del generale Lee ad Appomattox, l’assassinio del Presidente letto negli occhi del figlio.

Un film rigoroso, neutro, privo dei terrificanti finali consolatori con cui Spielberg ha spesso chiuso le pellicole a sfondo storico, ma condensato in una lunga, condivisa e commossa lezione morale e civile, in una narrazione densa e multiforme, che pone in rilievo le inadeguatezze dell’Uomo e l’inesorabilità della Storia.

Un Daniel Day-Lewis superbo, grandissimo caratterista, esagerato ancora una volta nel calibrare ogni singola movenza del corpo alla personalità suo personaggio (vedasi Il Petroliere).

In definitiva uno Spielberg maggiore, consapevole di aver adottato scelte narrative poco inclini alla superficialità con cui oggi il cinema è offerto e recepito, ma che distinguono inesorabilmente l’opera insipiente dal capolavoro.

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Gli eroi ambigui di Ford e Anderson

Il deserto come elemento comune.

Ringo, un evaso in cerca di vendetta; Ethan, reduce sconfitto della guerra di secessione, con un carico di azioni di cui non si dice, ma si lascia intuire; Tom, il rude cowboy che ss3uhcontende la ragazza al senatore Stoddard. Nel cinema western di John Ford i personaggi interpretati da John Wayne rappresentano individui dalla personalità multiforme e complessa, nei quali il valore del radicamento alla famiglia e alla terra cede al compromesso con la violenza e la rabbia. Uomini rudi, talvolta sprezzanti e vendicativi posti al cospetto di sodali (siano essi soci o familiari) certamente più luminosi, ma deboli di carattere e di iniziativa. Per non parlare dei ruoli affidati a James Stewart, sottili e sfuggenti a tal punto da incarnare l’altra faccia dell’uomo: la doppiezza e il mistero. Da una parte il cuore e la rabbia, dall’altra la testa ed il calcolo. L’epopea del Far West è, agli occhi di John Ford, un rapporto tumultuoso ed irrisolto tra gli uomini sulla frontiera ad un passo dall’ignoto e un ambiente ostile, rude, che plasma le loro vite affinando e rafforzandone il naturale istinto di sopravvivenza. Il cinema western di Ford è narrazione ancestrale, antropologia delle origini, mitologia epica del legame uomo-terra.

La cinematografia di Paul Thomas Anderson sta a quella di John Ford come il negativo di una pellicola all’originale. Anche Anderson ritrae individui ai margini, ma le loro sono storie di ossessioni interne portate all’estremo: non sappiamo nulla del loro passato, ma siamo al cospetto di un presente ormai compromesso. Anche qui domina il deserto. Il deserto de Il petroliere, nelle cui viscere si squaderna l’ossessione di Daniel Plainview (un mostruoso Daniel Day-Lewis) per l’oro nero. Il deserto di The Master, dove il povero Freddie (Joaquin Phoenix) trova forse la sua liberazione dall’oppressione ideologica del Maestro Lancaster (Philip Seymour Hoffman).

Anche il deserto di Anderson è severo, ma è in realtà indifferente, un palcoscenico sul quale gli uomini recitano una parte tutta loro, scritta dalle loro pulsioni, dagli istinti, dal loro smarrimento. Se Freddy e Lancaster di The Master cercano di galleggiare nel presente e di trovare quanto meno una boa cui aggrapparsi, il Plainview de Il petroliere è la quintessenza della malvagità e della disumanità, asservita alla mania del possesso. La sequenza in cui lo vediamo abbandonare il figlio divenuto sordo a causa di un incidente al pozzo di trivellazione è semplicemente offensiva per ogni osservatore, e non è ancora nulla al confronto della rivelazione che con odio atavico egli riserva al figlio nel momento della loro definitiva separazione. (pensiamo all’Ethan di Sentieri selvaggi, che getta anni della sua vita alla ricerca della nipote, forse solo per riservarle una pallottola in testa). Tuttavia, rispetto ai suoi competitori, Daniel conserva un’assoluta capacità razionale e di calcolo, una perfetta coscienza di sé e dei suoi obiettivi. Per quanto sia assoluta la sua malvagità, egli risplende di lucidità al cospetto, ad esempio, del sedicente predicatore della chiesa locale: un finto moralista e un detestabile accumulatore sociale senza capacità alcuna.

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Individui perduti nei deserti geografici e umani, in balia di fedi distorte ed integraliste.

Umanità perdute, prigioniere del passato o delle loro ossessioni.

O forse, semplicemente, uomini.