Ulisse, il ritorno

Gli esseri mitologici per loro stessa natura possono diventare anticamera di noi stessi. Personificazione di ogni uomo e ogni tempo. Così questo Ulisse esce fuori dalla nicchia immobile di una storia secolare e viene a vivere la vita come figlio, amante, viaggiatore e sposo.

Riluttante ed entusiasta. Ammaliato o controverso. Come la stessa natura della Terra da cui si muove.

Quella Grecia, che a guardarla bene “non è un Paese ma un’idea che attraversa il mondo da secoli”.

Cosi noi, in quell’attraversare il mondo, dopo l’iniziale equivoco del viaggio verso una meta, riusciamo a ricondurci  al vero scopo del movimento: assolutamente inverso e necessario.

“Il viaggio è la prima cosa che dio ha creato. Poi il dubbio. Quindi la nostalgia”.

Così nasce la necessità del ritorno. Quasi “l’ossessione per il punto di partenza”. E li aggrapparsi per affrontare la più profonda delle consapevolezze: noi stessi.

Ulisse, pretesto onirico e immagine di superuomo pellegrino, ci prende per mano e ci riporta a casa. Qualunque sia il domicilio.

Lo spazio immutato di una sala con qualche tavolo, perde consistenza ma acquista necessità, nutrendo il nostro bisogno di ritorno.

Siamo imbarcati, siamo sobbalzati in treno, siamo bloccati su un autobus. Siamo semplicemente fermi al confine, in attesa di un “passaggio”.

Si sente la mancanza di tutti in questo ritorno. Di Strehler e di Fellini, di Artaud e Kavafis, Hikmet ed Angelopoulos.

Si sente la mancanza di “noi” e di “io”.

Per quelle idee che ci hanno digerito e fatto uomini, e adesso ci schiacciano mute e inconsistenti dentro il labirinto del niente contemporaneo.

Il vero viaggio è il ritorno. E il vero dio, è la Bellezza. Eccesso di sentimentalismo? Forse.

Ma in fondo, è solo teatro (?).

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La Meccanica dell’Arancia (parte prima)

“Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultraviolenza e Beethoven”.

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Questo diceva, e dice ancora, la locandina di Arancia Meccanica (1971).

Sconvolgente, vero? Certo che sì, ma Kubrick ci ha tratti in trappola, rappresentando le scorribande di Alex e dei suoi drughi con mano lieve, trascinante e accattivante: la libertà più pura, sfrenata, l’imposizione aggressiva della propria esistenza sugli altri, l’esercizio del comando, del dominio sui deboli. Fare a botte con una gang rivale al ritmo de “La gazza ladra”, fare sesso con la carica del “Guglielmo Tell”, stuprare una devotchka cantando “Singing in the rain”, masturbarsi ascoltando un pezzo della gran nona del Ludovico Van.

Ah, quale liberazione, quale grandiosa visione del genio umano, quale potenza creatrice ed esaltatrice…. Chi non vorrebbe essere Alex? Godere di un attimo della sua infinita libertà?

Nessuno, dite? Dite che non si può solidarizzare con un simile delinquentello?

IARBALLE !! Il trucco kubrickiano è proprio questo: indurre all’identificazione e alla solidarietà verso l’individuo peggiore che si possa incrociare. Perché, in fondo, Alex non è proprio il peggio….

Chi può essere peggio di così? Che cosa può essere più ripugnante della violenza arbitraria di un uomo?

Risposta di Kubrick (e di Anthony Burgess, autore del libello ispiratore del film): la violenza del gruppo. Ovvero: la violenza mascherata da convenzione sociale. La violenza di quei drughi che, tradito Alex, continuano a menare con indosso l’uniforme della polizia; la squallida violenza psicologica che le vittime esercitano sui carnefici, come legittima vendetta personale o sociale; l’opportunismo viscido di quel ministro che prima manipola la mente di Alex per “redimere la pecorella smarrita”, trasformarlo in un automa a comando e poi, fallita la famigerata cura Ludovico (Van?), lo riporta agli istinti primordiali pensando bene di inserirlo appieno nella società (dove: in polizia? in parlamento? o che altro…?). L’Alex che torna “guarito” a trastullarsi con le fanciulle è ora un individuo peggiore di prima, perché ha imparato a indirizzare la sua aggressività verso un progetto finalistico: ora la sua violenza non è più istintiva, “artistica”, ma mira al potere personale e all’arrivismo sociale. Ora è stato “educato”.

Ad oltre quattro decenni dalla sua uscita, Arancia Meccanica resta la più sconvolgente, impietosa, grottesca e profetica analisi delle magnifiche sorti dell’umanità, e progressive e continua a colpire, oggi come allora; nel 1971 perché essa profetizzava un futuro sconvolgente, oggi perché siamo certi che quel futuro è il nostro presente.

La violenza metropolitana senza fine, la repressione, il viscidume e l’ipocrisia della classe dirigente, la dissoluzione dei legami familiari, la devastazione delle periferie sono ormai realtà.

Il film di Kubrick è un pugno nello stomaco alla sociologia d’accatto post-sessantottina, è un’irripetibile incursione nella mente umana, laddove sono custoditi gli istinti animaleschi, in quel territorio ambiguo e indefinito dove la libertà dell’individuo e le necessità dell’essere civile e sociale confliggono senza pace.

L’istinto naturale è posto a confronto con la civiltà costruita dagli uomini: le passioni, le pulsioni, gli istinti primitivi contro le convenzioni, l’omologazione, il soffocamento.

La libertà estrema, eccessiva, esagerata, creativa di un solo uomo contro la prigione dei riti sociali, contro una civiltà acquietata, sanata, tacitata, piegata ai fini del potere e della coercizione.

Un mondo futuribile (o già pienamente realizzato?) dove le qualità degli uomini, eccelse od infime che siano, sono progressivamente sterilizzate a beneficio di una diffusa mediocrità, dove ci si accontenta di un vivere dimesso senza lampi di genio. La meccanica di un eterno, monotono presente fatto di automi che agiscono a comando sulla base di un programma definito altrove.

“Quando un uomo non può scegliere cessa di essere un uomo.”

Diventa un organismo vitale privato di autonomia intellettiva.

Come un’arancia in un canestro di frutta.