Shining, il film doppio.

Lo so: per parlare di Shining, come di uno qualunque dei film di Stanley Kubrick, si dovrebbe scrivere un’enciclopedia.

Tuttavia vale la pena aggiungere qualche riflessione, non fosse altro che per esprimere qualche emozione o sensazione, anche sulla scorta del bel docu-film Room 237, che cerca di svelare i segreti della famigerata stanza dell’Overlook Hotel (che in realtà assomiglia tanto al monolite di 2001, ovvero tutto o nulla…)..

C’è bisogno di ricordare la trama? No, vero? Volete che vi ricordi davvero dello scrittore Jack Nicholson.. . pardon … Torrance,  che accetta, con la sua famiglia (la moglie Wendy e il figlio Danny) di farsi custode di un mega albergo sperduto nelle montagne del Colorado durante i mesi della chiusura invernale, ed in cui qualche anno prima il vecchio custode aveva accettato (nel senso di eliminate a colpi d’ascia..) le sue figliolette? No, non ne parleremo…

Parleremo invece del mistero di Shining, ovvero del perché un banale film horror rimanga a lungo nella mente, continuando a solleticare partecipazione e coinvolgimento…

Sì: ho detto banale. Il viso atterrito di Wendy (che più spalancato non si può), le accette, i coltelli, la musica metallica e dissonante, le presenze dal passato… Sono tutti elementi classici del cinema horror (e qui Kubrick non inventa nulla di nuovo), anzi appaiono esasperati, anche in maniera grossolana. Perché?

Perché Shining è una parodia del cinema horror. Non ci credete? Ecco:

1) “Wendy? Tesoro.. Luce dei miei occhi” dice Jack alla moglie mentre sale sulle scale dell’Overlook per ucciderla…

2) Il cuoco nero Halloran si fa migliaia di chilometri dal caldo della Florida al gelo del Colorado, sfidando la bufera ed i blocchi stradali, solo per ricevere un colpo d’accetta al cuore…

3) La bella ragazza che fa il bagno nella stanza 237 diventa all’improvviso tra le braccia di Jack una vecchia, coperta di piaghe (povero Jack, quale seduttore…);

4) All work and no play makes Jack a dull boy (“Tanto lavoro e nessuno svago rendono Jack un cattivo ragazzo”: traduzione letterale della frase originale che compare ripetuta nelle bozze del nuovo libro di Jack, nella versione italiana: “Il mattino ha l’oro in bocca”)

Parodia, dunque: ma è ovvio che Shining non sia tutto qui.

Sappiamo che i protagonisti del film sono il piccolo Danny ed il suo doppio Tony (la voce interiore che lo guida nel percepire gli eventi futuri). Ma non è solo Danny ad essere doppio. Doppio è anche il film: perché dentro Shining, c’è un altro Shining

L’altro Shining: il film sulla dissoluzione del tempo: in nessun’altra opera moderna il tempo (quello fisico, quello di Galileo) viene distorto ed annullato come qui, come in una filigrana immaginaria alla Borges, come in un frattale alla Pollock.

Notate ad esempio le sequenze in cui vediamo interagire:

– persone presenti nello stesso tempo ma in luoghi diversi (Danny all’Overlook, Halloran in Florida);

– persone presenti nello stesso luogo ma in tempi diversi (Jack ed il cameriere Grady, o Jack ed il barman Lloyd);

– la stessa persona presente nello stesso luogo in tempi diversi (Jack nel 1980 e nel 1921).

Kubrick frantuma la logica della successione temporale, ma non come Sergio Leone in C’era una volta in America, dove il passato, il presente ed il futuro, anche se intercalati, hanno una netta separazione e sono caratterizzati ciascuno da eventi ben circoscritti.

Invece, l’Overlook Hotel è un luogo degno di Einstein e della teoria della relatività, dove spazio e tempo sono la stessa cosa, e dove gli eventi non hanno più una connessione sequenziale, bensì solo casuale: il 2020 è già qui, come lo è ancora il 1950, ma in un diverso insieme di coordinate; in quell’hotel-universo sono presenti contemporaneamente più dimensioni, ed un singolo evento avviene in tempi diversi. Solo la limitatezza degli uomini ne impedisce la percezione.

Alcuni, però ci riescono: Danny ed Halloran. Forse loro hanno davvero lo Shining (superflua la traduzione di shining: brillantezza, ovvero, per assunto, la luce dell’intelligenza) che permette trascendere i sensi ordinari.

Che cos’è dunque l’Overlook Hotel, con tutti i suoi labirinti e le sue misteriose presenze? (anche qui sono superfluo, ma to overlook significa: dominare, guardare dall’alto….).

Pensate ai i tipi umani di Shining:

Jack: l’intellettuale fallito in preda ad un blocco mentale, che soccombe sotto i colpi della sua ira e che, come Sisifo, è costretto a rivivere ciclicamente la sua sconfitta.

Wendy: la moglie ingenua e fragile ma pura e innocente, che riesce, senza sapere come, a trovare la forza per liberarsi dalla follia del marito.

Danny: il bimbo dotato di poteri straordinari, di preveggenza ed intelligenza, vero dominus del film, artefice dei destini di tutti i protagonisti…(che strano: mi viene in mente il nascituro di 2001, ormai cresciuto…)

Chi tra questi tre incarna l’essenza stessa del Cinema?

E con chi, tra loro, si sarà mai identificato il caro, vecchio Stanley?

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Un tram che si chiama desiderio

La scena è ingombrante e la vista accecata.

I fari fissi sono puntati sul pubblico, luce viva che morde gli occhi e costringe ad un disagio obbligato e perenne.
Altri fari mobili, a scatti continui, seguono gli attori sulla scena, e ritornano ad aggredire il pubblico. A suo malgrado, inchiodato agli eventi.
Narrati, quasi accompagnati da una voce che altrimenti sarebbe fuori capo, ma che nell’allestimento di Latella diventa protagonista.
Sono tanti i fantasmi da affrontare, portando in scena il classico immenso e magnifico di Tennessee Williams. E non c’è che un solo modo per farlo: scardinando ogni rimando.
Il mondo di Blanche urla un disperato sogno/bisogno: Io non voglio il realismo.

E da qui, tutto si anima e svolge.
Un racconto al rovescio, che non si muove sulla scena, così fastidiosamente densa di casse, assi, luci e microfoni.
No, non è li che vibra l’azione consumata in dramma.
L’azione è nella testa.
Quella del pubblico, inchiodato sulle sedie, stuprato dalla visione di un disagio ansimato e assoluto. Raccontato passo passo in uno scambio ora serrato ora appena appena accennato.
Uno sguardo di Blanche, un silenzio fulgido di Stella, l’impietoso cinismo masticato e sputato rabbioso da Kowalski.

Scena dopo scena Latella costruisce il suo spettacolo hollywoodiano, sugli appunti precisi del dottore che accompagna Blanche come fosse voce di coscienza: custode assoluto di quel bisogno di fiaba, esasperato fino alla disperazione di ogni se.

Quando tutto si spegne, capisci che “Certe volte all’improvviso esiste dio”.

Premio Ubu e Premio Hystrio per la regia di Antonio Latella. Premio Hystrio e premio Le maschere del Teatro a Laura Martinoni, miglior attrice protagonista. Premio Ubu e premio Le maschere del Teatro a Elisabetta Valgoi, miglior attrice non protagonista.