Skyfall, una corsa nel tempo

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Una Londra immobile, algida e senza tempo: James Bond la osserva dall’alto dopo un’incredibile serie di eventi che lo hanno trasformato in un eroe tutto nuovo, purificato ed immortale.

Non c’è dubbio che la nuova avventura di James Bond, la ventitreesima, sia di gran lunga superiore alle altre per l’altissimo contenuto di temi, stili e linguaggi autenticamente cinematografici. Affidata alla mano del grande Sam Mendes (American beauty, Era mio padre) la saga dell’agente segreto più celebre della storia esce dalla routine dell’azione fine a sé stessa, al puro intrattenimento visivo, ed entra nel territorio dell’emozione.

Protagonista assoluto di Skyfall è il tempo, declinato in molteplici versioni.

Innanzitutto il tempo dell’azione, che si svolge nel solco della classicità: Bond (Daniel Craig) dato per morto in azione, torna alla caccia del cattivo di turno (e che cattivo: un sottile, lascivo, spietato Javier Bardem…); poi il tempo biologico che scorre inesorabile (anche il fisico di Bond decade e, senza che se ne accorga, le sue prestazioni atletiche crollano nei test psico-fisici dell’MI6).

Ma ecco entrare in scena un tempo inatteso: la memoria. Per salvare il suo capo, M (Judi Dench) Bond inizia un viaggio verso le origini, la sua terra, la sua storia. E mentre il film avanza, la pellicola si riavvolge su sé stessa, passando gradualmente dalle immagini abbacinanti di una Shangai ultramoderna e sfavillante alle lande desolate, gelide della Scozia, attraverso una Londra livida ed angosciosa. Costretto a rinunciare alle armi più moderne, che corrono il rischio di essere rintracciate per via telematica, Bond riesuma i vecchi arnesi del mestiere, a cominciare dalla mitica Aston Martin, perfino le bombole del gas e i fucili da caccia della sua vecchia casa.

Il viaggio a ritroso nel tempo è anche metanarrazione della leggenda stessa di Bond, è celebrazione e analisi, espiazione e purificazione dell’eroe che ammette, prigioniero di Bardem, che la sua missione è la “resurrezione”.

Ed ecco che nel superbo finale, apocalittico, ancestrale, quasi ultraterreno, il nuovo Bond esce dalle acque per la battaglia finale, per nuovo battesimo con la storia.

Una volta tanto l’agente segreto più celebre di sempre ha reso un grande servigio non solo a sua Maestà, ma anche al cinema più grande.

Grazie, 007 !!

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Gli eroi ambigui di Ford e Anderson

Il deserto come elemento comune.

Ringo, un evaso in cerca di vendetta; Ethan, reduce sconfitto della guerra di secessione, con un carico di azioni di cui non si dice, ma si lascia intuire; Tom, il rude cowboy che ss3uhcontende la ragazza al senatore Stoddard. Nel cinema western di John Ford i personaggi interpretati da John Wayne rappresentano individui dalla personalità multiforme e complessa, nei quali il valore del radicamento alla famiglia e alla terra cede al compromesso con la violenza e la rabbia. Uomini rudi, talvolta sprezzanti e vendicativi posti al cospetto di sodali (siano essi soci o familiari) certamente più luminosi, ma deboli di carattere e di iniziativa. Per non parlare dei ruoli affidati a James Stewart, sottili e sfuggenti a tal punto da incarnare l’altra faccia dell’uomo: la doppiezza e il mistero. Da una parte il cuore e la rabbia, dall’altra la testa ed il calcolo. L’epopea del Far West è, agli occhi di John Ford, un rapporto tumultuoso ed irrisolto tra gli uomini sulla frontiera ad un passo dall’ignoto e un ambiente ostile, rude, che plasma le loro vite affinando e rafforzandone il naturale istinto di sopravvivenza. Il cinema western di Ford è narrazione ancestrale, antropologia delle origini, mitologia epica del legame uomo-terra.

La cinematografia di Paul Thomas Anderson sta a quella di John Ford come il negativo di una pellicola all’originale. Anche Anderson ritrae individui ai margini, ma le loro sono storie di ossessioni interne portate all’estremo: non sappiamo nulla del loro passato, ma siamo al cospetto di un presente ormai compromesso. Anche qui domina il deserto. Il deserto de Il petroliere, nelle cui viscere si squaderna l’ossessione di Daniel Plainview (un mostruoso Daniel Day-Lewis) per l’oro nero. Il deserto di The Master, dove il povero Freddie (Joaquin Phoenix) trova forse la sua liberazione dall’oppressione ideologica del Maestro Lancaster (Philip Seymour Hoffman).

Anche il deserto di Anderson è severo, ma è in realtà indifferente, un palcoscenico sul quale gli uomini recitano una parte tutta loro, scritta dalle loro pulsioni, dagli istinti, dal loro smarrimento. Se Freddy e Lancaster di The Master cercano di galleggiare nel presente e di trovare quanto meno una boa cui aggrapparsi, il Plainview de Il petroliere è la quintessenza della malvagità e della disumanità, asservita alla mania del possesso. La sequenza in cui lo vediamo abbandonare il figlio divenuto sordo a causa di un incidente al pozzo di trivellazione è semplicemente offensiva per ogni osservatore, e non è ancora nulla al confronto della rivelazione che con odio atavico egli riserva al figlio nel momento della loro definitiva separazione. (pensiamo all’Ethan di Sentieri selvaggi, che getta anni della sua vita alla ricerca della nipote, forse solo per riservarle una pallottola in testa). Tuttavia, rispetto ai suoi competitori, Daniel conserva un’assoluta capacità razionale e di calcolo, una perfetta coscienza di sé e dei suoi obiettivi. Per quanto sia assoluta la sua malvagità, egli risplende di lucidità al cospetto, ad esempio, del sedicente predicatore della chiesa locale: un finto moralista e un detestabile accumulatore sociale senza capacità alcuna.

Petroliere-DayLewis

Individui perduti nei deserti geografici e umani, in balia di fedi distorte ed integraliste.

Umanità perdute, prigioniere del passato o delle loro ossessioni.

O forse, semplicemente, uomini.