Questione di… SIM

Questione di… SIM

Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta. Un tempo quella segreta era ben protetta nell’archivio della nostra memoria, oggi nelle nostre sim. Cosa succederebbe se quella minuscola schedina si mettesse a parlare? Quattro coppie di amici si confronteranno su temi come amicizia, amore e tradimento per poi scoprire di essere dei “perfetti sconosciuti”.

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“(…) Paolo Genovese ha costruito una delle commedie italiane più divertenti, ben recitate e ricche di trovate degli ultimi anni. Una sorpresa inaspettata perché raramente, anche dalle parti di Hollywood, si era vista una sceneggiatura così brillante (scritta a dieci mani), senza cali di ritmo, capace di alternarsi tra grottesco e drammatico in maniera impeccabile, con sorpresa finale davvero imprevedibile. Insomma, un gioiello del quale essere fieri. (…) Una roulette russa tecnologica che parte come gioco trasformandosi, minuto dopo minuto, in un massacro. Genovese orchestra perfettamente il suo «coro» lasciando ad ognuno il giusto spazio, facendo crescere in modo equilibrato il disagio di ogni protagonista, toccando punte alte di umorismo e invitando lo spettatore a sedersi a quel tavolo come fosse uno degli ospiti. Un film strepitoso che vorreste vedere e rivedere. (Maurizio Acerbi, ‘Il Giornale’).

Metti, una sera a cena. Sette amici. Tre coppie e un single. E un «gioco» che irrompe inaspettato, rovinando l’incantesimo di una notte fatta per vedere un’eclisse lunare. Ciascuno mette in tavola il proprio cellulare giocando a carte scoperte, messaggi e telefonate senza segreti. L’idillio conviviale si spezza. Frantumando matrimoni, fertilizzando sospetti, rivelando tradimenti e armadi debordanti di scheletri. L’eclisse, ìl telescopio, il cellulare, le verità nascoste, l’autentico e il contraffatto, il volto e la maschera, distesa di simboli e di icone per raccontare che nulla (e nessuno) è come sembra e che le vere identità sono chiuse nelle sim card. (Claudio Trionfera, “Panorama”).

Cena con delitto. Il morto? La privacy. Arma del delitto, il telefonino. Fa piacere incontrare una volta ogni tanto una commedia italiana dotata di equilibrio tra satira sociale, struttura di scena, coralità. Superato l’improbabile accordo per un gioco al massacro (chi ci starebbe, veramente, a mettere per due ore il suo telefono alla mercé di moglie e amici intimi?), tre coppie ricevono sui cellulari sms, foto e telefonate disponibili a tutti. La sceneggiatura (cinque firme come ai tempi di De Sica e Risi, a partire dal regista) inchioda i personaggi in cerca di sotterfugi e vie d’uscita, lasciando mano libera allo svelamento di debolezze, tradimenti, pregiudizi e ipocrisie trasversali, tra maschi e femmine. (Silvio Danese, “Quotidiano Nazionale”).

Perfetti sconosciuti porta la firma di Paolo Genovese (e quella di molti sceneggiatori tra i quali Rolando Ravello) che è uno dei principali artefici della neocommedia italiana del nuovo millennio assieme a Luca Miniero, Fausto Brizzi, Marco Martani, al gruppo riunito intorno a Boris, solo ed eccezionale esempio innovativo nella serialità italiana. Con il suo complemento generazionale (strana contabilità: le età anagrafiche non sono poi così distanti da quelle di Virzì e Archibugi o Luchetti, o Francesco Bruni tra gli sceneggiatori, eppure la cesura c’è) di gruppi creativi, produttivi e di attori. Tre coppie più un single – il cui essere o non essere single fa in fondo da cartina di tornasole allo sviluppo delle cose – si riuniscono per una cena tra vecchi amici, nella bella casa di uno di loro. Le donne sono arrivate e si sono aggregate dopo, in realtà solo i quattro maschi sono vecchi amici, compagni di scuola, oggi più o meno quarantenni (generosa attribuzione a un mazzo di attori che stanno oltre o anche ben oltre. Che poi tutto torna, è la solita eterna adolescenza che è oggi la grande ispiratrice di quasi tutto). Il padrone di casa Marco Giallini è quello di maggior successo, chirurgo estetico nato proletario e sposato con Kasia Smutniak psicanalista borghese. Valerio Mastandrea, consumato e infelice, è sposato con Anna Foglietta. Edoardo Leo, affarista senza talento e attualmente tassista, è sposato con Alba Rohrwacher. Giuseppe Battiston si presenta solo, deludendo tutti, dopo aver annunciato che sarebbe venuto accompagnato.
A tavola qualcuno si fa venire in mente un gioco malizioso. Tutti i telefonini sul tavolo, ogni chiamata o messaggio verranno condivisi tra tutti. Incauti. Lasciare libero accesso a quella che Genovese chiama la Scatola Nera dei nostri segreti servirà a scatenare l’inferno. Se la verità dell’escalation cui assisteremo verrà messa in dubbio da un escamotage drammaturgico finale che non anticipiamo, resta la sua plausibilità e incombente verosimiglianza . Almeno fino a un certo punto perché, sia pur accettando la convenzione teatrale (il film è del tutto teatrale), la concentrazione di nodi problematici, incomprensioni, ipocrisie, insofferenze e bugie – della serie capitano tutte, ma proprio tutte a loro, oppure “il più pulito ha la rogna” – è tale che ne bastava tranquillamente la metà. Soprattutto bello sforzo di intesa tra attori, un bel gruppo affiatato. (Paolo D’Agostini, “la Repubblica”).

Con il contributo di cinematografo.it

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PERFETTI SCONOSCIUTI

Anno 2016
Durata 92 min
Regia Paolo Genovese
Sceneggiatura Paolo Genovese, Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello
Fotografia Fabrizio Lucci
Montaggio Consuelo Catucci
Effetti speciali Bluma Lab
Musiche Maurizio Filardo
Scenografia Chiara Balducci
Interpreti Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak
Premi David per il miglior film italiano e per la migliore regia.

In memoria di Michael Cimino.

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In memoria di Michael Cimino.

Grandissimo regista, prima osannato e pluripremiato per “Il cacciatore”, un capolavoro che raccontava l’inutile assurdità del Vietnam, poi massacrato e umiliato per un capolavoro ancora più grande, “I cancelli del cielo”, che gettava ombre sulla nascita della grande nazione americana, narrando la guerra spietata condotta dai latifondisti del Wyoming, spalleggiati dall’esercito, contro gli immigrati dell’est Europa.
La stroncatura del film e il boicottaggio dello stesso da parte della produzione causarono la fine della carriera di Cimino e il tramonto della libertà e dell’indipendenza autoriale nella cinematografia delle majors.
E allora ricordo con emozione quel giorno del 2012, quando la Mostra del Cinema di Venezia proietto’ la versione integrale restaurata de “I cancelli del cielo”; ricordo l’entusiasmo degli spettatori. E ricordo le lacrime di Cimino, ormai distrutto dalla vita ma finalmente restituito alla dignità di grandissimo autore e regista.

Grazie Michael, e buon viaggio.