Dai Maya ad Einstein, alla ricerca dell’unità

Distribuito al di fuori dei canali tradizionali del cinema, ovvero tramite la distribuzione indipendente e multimediale, il film-documentario Un altro mondo, di Thomas Torelli, si pone come obiettivo di dimostrare l’esistenza di un forte legame tra le persone che popolano la Terra, il pianeta stesso e tutto ciò che in esso è compreso: piante, animali, acqua, aria.

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La forza del film è quella di far dialogare le due dimensioni della speculazione umana: la scienza e la religione o, se volete, la materia e lo spirito.

Da un lato la fisica quantistica tende a dimostrare l’esistenza di legami tra particelle subatomiche poste anche a milioni di chilometri di distanza (entaglement), dall’altra la cosmologia dei popoli precolombiani postula la presenza della Madre Terra e del Grande Spirito come elemento di congiunzione tra le creature viventi del pianeta.

E’ dunque possibile sostenere che la fisica ultra-moderna e la cultura amerindia condividano la stessa visione del mondo? Che abbiano cioè colto l’essenza di un legame invisibile e misterioso che intercorre tra tutte le creature della Terra?  Che il tempo sia solo un’illusione? E che la famigerata energia oscura che permea l’universo per oltre il 70% della sua massa -e che i fisici stanno disperatamente cercando di identificare- sia in realtà il pensiero?

Il film si presenta come un collage di contributi provenienti da personalità disparate: fisici, cultori delle civiltà protoamericane, scrittori, antropologi e, in considerazione della estrema eterogeneità dei temi trattati, si presenta ben costruito e coerente: un insieme di voci che risuonano all’unisono.

Forse un po’ troppo semplificatorio nella tesi finale e, a ben vedere, nemmeno così “rivoluzionario”, il film di Thomas Torelli offre tuttavia un valido contributo al dibattito attuale sulla salvaguardia del pianeta, purché chi osserva sia disposto ad offrire la sua complicità, cioè a mettersi in discussione e ad ascoltare voci e suggestioni che vengono da mondi lontani.

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Istantanee da una Expo

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Palazzo Italia

E quindi, come giudicare Expo 2015?

L’organizzazione è lodevole: il sito è in ordine, sostanzialmente pulito e gradevole in ogni angolo.

I paesi ospitati hanno interpretato il tema della manifestazione (“Nutrire il pianeta, energia per la vita”) ciascuno a suo modo. Chi bene, chi meno.

C’è chi illustra al meglio le potenzialità della propria agricoltura e della propria biodiversità, chi invece si dà troppo per scontato. Chi sa raccontarsi con freschezza, chi appare invece logoro. (vero, cara vecchia Europa?).

Il tema fondamentale di Expo 2015 è presente? Sì, soprattutto nei padiglioni Biodiversità e Slow Food. Forse un po’ troppo “per addetti ai lavori”, ma in fondo si tratta di una kermesse universale. Tuttavia non si può non apprezzare l’estrazione dell’acqua dall’atmosfera in Qatar, la coltivazione israeliana del deserto salato, l’innovazione agricola messicana e le colture idroponiche belghe e arabe.

Troppa kermesse? Sì, forse alcune spettacolarizzazioni stonano un poco. Ma gli aromi di spezie kuwaitiane e nepalesi, i biscotti allo zenzero e miele polacchi, i costumi uzbechi e qatarioti, gli smalti persiani solleticano i sensi.

Si può mangiare qualcosa senza essere spennati? Sì.

E’inopportuna la presenza delle multinazionali? Decisamente sì, ma forse inevitabile. E’ auspicabile che siano state scelte sulla base di politiche produttive a basso impatto ambientale… (sperèm)…

L’Italia e Milano in particolare ci fanno una bella figura? Sì, molto.

Poteva essere un’esposizione migliore? Forse, ma viste le premesse va bene così com’è.