Lotta di negro e cani

Si rimane sospesi come fossimo tutti in attesa di dare e ricevere un giudizio.

Entrare in numero scandito all’ingresso, solo per gruppi ristretti in non più di 4 alla volta, ci si siede lungo il perimetro di un rettangolo che si affaccia sopra il buio scuro e spigoloso di una scena deserta. In fila indiana, uno accanto all’altro, aspettiamo che prenda inizio la lotta di Koltès.

  • Un negro con nome da regnante contro un cane che ulula invisibile.
  • Un cantiere che somiglia ad un ring.
  • E in alto noi.

In attesa di capire se quella presunzione di saper  districare il bene dal male solo per colore e nascita, è veramente possibile. O se invece, in qualità di testimoni privilegiati, abbiamo altre possibilità. Un punto di vista un po’ più alt(r)o rispetto allo scorrere di eventi dentro la notte africana carica di ombre sonore e pungenti.  Lacerano pelle svelando inadeguatezza, avidità e vergogna.

Un silenzio trafitto da schegge, luoghi comuni che vanno in pezzi. Illuminati da neon acidi e  fragore a scrosci. Raffiche di rumore e lampi e caos sentimentale per personaggi incerti dentro il loro buio, carichi di dettagli e umori.

Il nostro compito quassù, in cima alle impalcature che trasformano un ponteggio in platea, è quello di non farci distrarre. Né dai nostri pregiudizi né dai loro vizi vili. Sospesi non solo a metri dal palcoscenico ma soprattutto sui profili importanti e assoluti di due idee che non accettano repliche. La giustizia e la vendetta.

In questa Lotta, anche al pubblico è affidato un ruolo: Lo sguardo.

Eva

“Ho fatto la cosa sbagliata. Fino all’ultima goccia”.

Quello sbaglio che non teme giudizio. Né della morale, né del tempo, né della storia.

Quel cedersi, per intero e quindi senza misura. In perenne attesa di un arrivo.

Che sia un passo, una carezza o lo squillo del telefono.

Fino alla fine.

Alle spalle della voce bionda, capelli raccolti sulla nuca nuda, scorrono le immagini in bianco e nero di Via col Vento.

Eva, eroina dell’altra faccia del nazismo, sogna quel domani che non sarà mai un altro giorno. Quel Mein Führer sulla bocca di tutti tra le sue labbra più intime e segrete si scioglie in Meine Liebe.

Intanto che i passi della marcia nuziale portano verso  una luna di miele che tramonta in suicidio.

Eva, amante del Führer muore così da signora Hitler. Nulla in fondo è cambiato. Solo quella sensazione come di sgretolarsi. Ma senza più attesa.

Adesso riposa. Nonostante la Storia. Nonostante se stessa.

Un reading che si muove come un monologo, un foyer di un teatro che accoglie un bunker. Un salotto. Un cinema. Un diario quasi segreto.

La voce che non eccede né in tragedia superflua né in dramma spicciolo, muove riempie ogni passo e ogni gesto di Federica Fracassi, dentro il trittico* ideato da Massimo Sgorbani e messo in scena da Renzo Martinelli.

Appena 60 minuti. Tutti senza fiato.

L’applauso  del finale libera il respiro e omaggia la bravura sensibile e creativa.

*Eva è la seconda parte del progetto del Teatro I “Innamorate dello spavento”. La prima parte,  Blondi, è stata presentata al Piccolo e verrà riproposta anche nella prossima stagione teatrale.