Ulisse: introibo ad altare Dei

16 giugno 1904. Dalle 8 alle 2 di notte.

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In una Dublino – universo, il pubblicitario ebreo di origini magiare Leopold Bloom (Ulisse) vive la sua vita quotidiana. C’è la moglie Molly (Penelope), c’è Stephen Dedalus, (Telemaco) il quasi figlio, proiezione di sé stesso e dell’umanità intera. Ci sono gli amici, le persone che incontra, i pensieri degli individui, delle cose, del mondo.

Diciotto ore. Diciotto capitoli. Una vita intera. Tra pantomima, scherno e poesia.

Diciotto stili narrativi, diciotto libri diversissimi, un’autentica lezione di genio letterario e costruttivo, un dominio assoluto della materia lessicale, la distorsione del linguaggio al servizio della creatività.

Una rivoluzione tematica e lessicale. Inconcepibile, illeggibile, inarrivabile, irresistibile.

L’Ulisse di James Joyce libro-monstre spauracchio per molti è in realtà un libro divertentissimo e pieno di umorismo ma per leggerlo occorre abbandonare ogni consuetudine formale occorre lasciarsi trasportare dalle parole come in una nuova grammatica occorre lacerare ogni velleità di aderenza alla realtà il nonsense diffuso la voluta ampollosità di certi brani la mostruosa visionaria fantasia dei capitoli centrali il famigerato leggendario stream of consciousness che permea l’ultimo capitolo scritto senza l’ausilio di punteggiatura presuppongono l’incondizionata sottomissione del lettore la capacità di interligere  ogni parola ogni riga ascoltare il suono il fruscio della mente.

Ulisse non è il racconto di ciò che accade, ma la radiografia di ciò che passa nelle menti degli uomini, la messa a nudo delle paure, delle pulsioni, dei desideri. Di ciò che rende vivi, e di ciò di cui abbiamo paura.

Per questo è un libro difficile.

Perché è uno specchio.

Al di là del cinema. Al di là dell’uomo. Al di là del tempo e dello spazio.

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Un cammino lungo quattro milioni di anni, che inizia quando l’uomo non era ancora uomo e si conclude quando l’uomo non sarà più uomo. In mezzo, un viaggio nel mistero, nell’ignoto, nel pensiero, nella mente umana…

Il Sole, la Luna, la Terra, Giove, le stelle come palcoscenico, l’inconscio.

Il poema dell’INTELLIGENZA: l’UOMO al cospetto di DIO. L’uomo contro la MACCHINA. L’uomo che diventa BAMBINO.

La regressione come evoluzione sull’orlo dell’abisso del COSMO-ANIMA.

L’INFINITO. PENSIERO = ENERGIA. Il MISTERO che si cristallizza.

Le dimensioni dello SPAZIO. Il TEMPO come fruscio della MENTE.

Tutto e niente. Forse non succede nulla. Forse avviene tutto nella nostra mente.

Forse è la nostra mente…

Da sempre esistono opere d’arte che escono dal ristretto ambito di genere per entrare nel patrimonio culturale universale, opere che sono tappe nell’evoluzione del pensiero e che, a ben vedere, lo condizionano: la Divina Commedia, la cappella Sistina, il David, le sinfonie di Beethoven o le fughe di Bach sono tra le manifestazioni artistiche più alte e profonde espresse dal genio umano.

Dal 1968 tra queste c’è anche 2001: odissea nello spazio, il film con cui Stanley Kubrick ha abbattuto le porte della leggenda. Da allora fiumi di parole, di libri, di siti; una bibliografia sterminata per tentare di capire, spiegare, almeno inquadrare, un film che non si può spiegare, capire, perché non è fatto per essere spiegato, capito… ma per essere visto, sentito con gli occhi della mente, un film che contiene in sé tutti i film già realizzati e quelli ancora da realizzare. Come un quadro di Fontana o di Pollock non esiste senza l’elaborazione mentale dell’osservatore, così 2001 non esiste senza che lo spettatore si chieda “che cosa sto vedendo?” E la risposta a una siffatta domanda non può essere univoca: ciascuno risponde secondo le sue intime convinzioni, e nessuno può avere una sola risposta… Sceneggiato con Arthur C. Clarke, scrittore-scienziato, il viaggio verso Giove di due uomini ed un super computer dalle infinite capacità diventa mito: il bisogno dell’umanità di sentirsi immersa, avvolta dal mistero..

Quindi: che cos’è 2001?

Di sicuro il primo film con effetti speciali computerizzati. Il punto di partenza della attuale generazione di cineasti. Il primo film del terzo millennio. Una sconvolgente armonia di immagini e musica. Un’opera non-verbale a cui la cultura attinge quotidianamente senza sosta.

Lo sguardo lucido di Stanley Kubrick sulle oscillazioni dell’animo umano. Stanley Kubrick: il regista che ha stanato le contraddizioni umane, scolpito le passioni, fotografato la follia, dipinto la violenza, smascherato l’amore, umiliato la guerra. Il regista che ha rappresentato l’uomo come in una barca in navigazione su un mare in burrasca (ah, Ulisse…).

20011

O su un’astronave cullata dal buio dell’Universo, proiettato verso l’infinito, verso il più profondo sé stesso, al di là dello spazio e del tempo… verso nuovi, impensabili campi mentali…

Tutto e Niente.      

Quindi: che cos’è 2001?