Bruce Springsteen: la memoria e la rinascita

Milano, 3 giugno 2013.

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Dagli spalti di San Siro alcune domande cominciano a farsi largo nella mente: “Possibile che a distanza di soli 12 mesi dall’ultimo concerto milanese Bruce Springsteen possa emozionare ancora? Che cosa ci sarà di nuovo da dire? Avrò fatto bene a scegliere questo concerto per ascoltare il Boss dal vivo?”

La risposta arriva subito: mentre si diffondono le note di Ennio Morricone (C’era una volta il West) dalle tribune centrali dello stadio si delinea una coreografia inedita, disegnata con i cartoncini verdi, bianchi e rossi: OUR LOVE IS REAL. Salendo sul palco, Springsteen osserva la scena restando senza parole, forse commosso, per un minuto buono. Una scena incredibile: l’emozione è già alle stelle. Poi inizia il concerto e bastano soli 30 secondi per capire che quella sarebbe stata una notte indimenticabile: un inizio folgorante, scatenato, adrenalinico (Land of Hope and Dreams, My Love Will Not Let You Down, Out in the Street) che lascia spazio alle storiche ballate melodiche (American Land, The river chiusa dall’armonica, che meraviglia !!). Poi l’omaggio a sé stesso ed al suo legame con Milano con la decisione di riproporre per intero l’album BORN IN THE USA. Infine la ripresa verso il presente più prossimo (The rising, canzone scritta per la rinascita della New York ferita dopo l’11 settembre 2001, ma che oggi suona come la chiamata alla ripresa da una devastante crisi economica e di valori).

La memoria e la rinascita, dunque. Memoria del tempo che fu, memoria delle radici popolari dell’America e, perché no, per immedesimazione, anche dell’Italia. Memoria dell’emozione suscitata da una canzone, da un album che ti accompagnano per un pezzo della tua vita, magari senza un perché.

E rinascita. Rinascita morale, spirituale, collettiva ed individuale, che sarà possibile fino a quando un concerto sarà occasione per vivere le proprie emozioni ed esprimerle pubblicamente, insieme a tanti, e fino a quando anche la musica non sarà del tutto “formattata” dal calcolo e dall’interesse.

Nell’opera di Springsteen trovano spazio molteplici dimensioni musicali: il rock scatenato, le ballate melodiche e struggenti, la musica country, il folk primitivo e la musica colta.

E in ogni concerto queste anime trovano sempre uno spazio comune.

E a San Siro, per antica tradizione, queste anime si esprimono al meglio, come nella notte di lunedì: dopo il folgorante inizio, dopo il viaggio nella memoria con Born in the USA, ecco l’indicibile finale che prende vita dopo una Born to run (accompagnata da una nuova ostensione amorosa dagli spalti) con una decina di minuti di rock sfrenato nei quali il prato si trasforma in una discoteca al ritmo di Twist and shout e Shout.

Quando sembra che tutto sia finito, ecco il BOSS congedare la E-street band, imbracciare la chitarra, e, quasi sussurrandola, lasciare al pubblico una confessione improvvisa: “Ho suonato dovunque fin da piccolo, ma questo posto non lo dimenticherò mai”. Confessione pronunciata in inglese, non in italiano, quindi non preparata e spontanea.

E come congedo una magnifica versione acustica di Thunder road, accompagnata dall’armonica.

On the wind, so Mary climb in
It’s a town full of losers
And I’m pulling out of here to win.

In un atmosfera improvvisamente mistica e raccolta, le parole e le struggenti note dell’armonica salgono al cielo e si perdono nel vento, insieme ad un pezzo di anima.

A ripensarci oggi vengono le lacrime agli occhi.

Amen, brothers.

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