Les Miserables, quando osare serve.

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Les Miserables, il film di Tom Hooper tratto dal musical più longevo nella storia del West End, scritto da Alain Boublil e musicato da Claude Michel Schönberg, è un interessante mix di classicismo e coraggio.

Al centro della storia, ovvio, l’immortale, grandiosa opera di Victor Hugo, che racconta la vita e il mondo di Jean Valjean, ladruncolo per necessità nella Francia del 1815, tra fame, miseria e lotta per la libertà.

L’allestimento di Hooper appare ad una prima analisi improntato sui temi della classicità: il bel canto, l’impostazione da melodramma ottocentesco, i siparietti comici e le scene madri di indiscusso pathos. Alcuni elementi s’impongono però, per novità e scelte estetiche.

Innanzitutto è notevole il fatto che gli attori abbiano cantato in presa diretta durante le riprese del film: non vi è quindi nessuna aggiunta in post produzione, né un doppiaggio a cura di cantanti professionisti. Un applauso al coraggio di Hugh Jackman, Anne Hathaway, Russel Crowe, Amanda Seyfried, Sasha Baron Coen e di tutto il cast, che ha accettato una sfida artistica considerevole. Nel caso della Hathaway, si aggiunge anche un’impressionante alterazione fisica: un cospicuo dimagrimento per corredare la sua Fantine con i tratti della malattia e del deperimento corporeo (un’interpretazione giustamente premiata con l’Oscar).

Inoltre colpisce che in un simile impianto narrativo si inserisca una scelta estetica che privilegia il realismo ed il dramma. La lotta sulle barricate, il sangue dei vinti e dei vincitori, la ferocia della repressione s’intrecciano con impressionante limpidezza ai drammi, agli scontri e alle rivalità individuali. Come in un moderno film storico, l’urgenza della verità non è più sacrificata omettendo gli orrori dello scontro fisico e dell’impatto con le armi.

Ne risulta, quindi, un film indiscutibilmente complesso, un intreccio affascinante di barocco e moderno, di melodramma e storiografia della realtà, di verità e finzione che, sebbene non sia di immediata e agevole lettura, e in alcuni tratti forse diseguale, appare complessivamente ben compattato e risolto, a beneficio di un impatto emotivo che suscita l’intera gamma delle emozioni umane, dal pianto al riso, dal dolore alla pietà.

Nel panorama dell’arte moderna, dove il sentimentalismo è bandito come la peste, un film come Les Miserables deve fungere da costante ammonimento: se il cinema non suscita emozione, allora a che serve?