Ulisse, il ritorno

Gli esseri mitologici per loro stessa natura possono diventare anticamera di noi stessi. Personificazione di ogni uomo e ogni tempo. Così questo Ulisse esce fuori dalla nicchia immobile di una storia secolare e viene a vivere la vita come figlio, amante, viaggiatore e sposo.

Riluttante ed entusiasta. Ammaliato o controverso. Come la stessa natura della Terra da cui si muove.

Quella Grecia, che a guardarla bene “non è un Paese ma un’idea che attraversa il mondo da secoli”.

Cosi noi, in quell’attraversare il mondo, dopo l’iniziale equivoco del viaggio verso una meta, riusciamo a ricondurci  al vero scopo del movimento: assolutamente inverso e necessario.

“Il viaggio è la prima cosa che dio ha creato. Poi il dubbio. Quindi la nostalgia”.

Così nasce la necessità del ritorno. Quasi “l’ossessione per il punto di partenza”. E li aggrapparsi per affrontare la più profonda delle consapevolezze: noi stessi.

Ulisse, pretesto onirico e immagine di superuomo pellegrino, ci prende per mano e ci riporta a casa. Qualunque sia il domicilio.

Lo spazio immutato di una sala con qualche tavolo, perde consistenza ma acquista necessità, nutrendo il nostro bisogno di ritorno.

Siamo imbarcati, siamo sobbalzati in treno, siamo bloccati su un autobus. Siamo semplicemente fermi al confine, in attesa di un “passaggio”.

Si sente la mancanza di tutti in questo ritorno. Di Strehler e di Fellini, di Artaud e Kavafis, Hikmet ed Angelopoulos.

Si sente la mancanza di “noi” e di “io”.

Per quelle idee che ci hanno digerito e fatto uomini, e adesso ci schiacciano mute e inconsistenti dentro il labirinto del niente contemporaneo.

Il vero viaggio è il ritorno. E il vero dio, è la Bellezza. Eccesso di sentimentalismo? Forse.

Ma in fondo, è solo teatro (?).

A serious man. L’impossibilità di essere normali

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Innanzitutto, è bene sapere che il Cirro capriccioso adora Joel ed Ethan Coen: non è un caso che l’attività di questa associazione iniziò anni fa proprio con la proiezione di uno dei grandi film dei fratelloni di Minneapolis: unici, originali, autentici innovatori del linguaggio del cinema.

Perché parlare di loro, ora, attraverso un film misterioso come A serious man?

E’ infatti facile pensare a Fratello dove sei, Fargo, Non è un paese per vecchi, all’incredibile mix di comico e tragico, grottesco e macabro di queste opere, glorificate dalla critica con una cascata di premi.

Ma A serious man merita un’attenzione del tutto particolare, perché è un’opera che sfugge ad ogni confronto, lontana da ogni pretesa di divismo, tutta racchiusa intorno ed oltre la vicenda narrata.

Ambientato nel bel mezzo della comunità ebraica nel Midwest del 1967 (un anno prima del’68…) e preceduto da un bellissimo, misterioso ed inquietante prologo sito in uno shtetl polacco dell’800, il film narra la vita normale di un professore di fisica ebreo, Larry Gopnick.

La moglie lo tradisce, il figlio fuma spinelli e ascolta i Jefferson Airplane in attesa di celebrare il suo Bar mitzvah, la figlia gli ruba il denaro per rifarsi il naso, il fratello dormiglione redige un diario sul calcolo delle probabilità, uno studente coreano lo corrompe col denaro e lo minaccia di diffamazione, una bella vicina si offre nuda ai raggi del sole e al suo sguardo, un vicino di casa taglia la sua erba sempre meno verde.

Appunto: una vita normale.

Il Larry Gopnik dei Coen sembra un Nessuno ebreo (Bloom?), un Ulisse cui tocca in sorte l’eroismo di una vita normale, dove il destino sembra farsi beffardo ad ogni occasione e dove tutto diventa surreale, sospeso tra l’incredulità del presente e il mistero del futuro.

Già: il futuro. Qui più che in ogni altra opera si può avere cognizione di quale sia il valore aggiunto dei Coen ad una sceneggiatura di per sé affascinante, ma che nelle mani di altri registi si sarebbe fermata ad una contemplazione documentaristica e dolente di una vita come tante altre. Qui si dimostra come il cinema più alto sia in grado di ribaltare ogni prospettiva con una sola inquadratura, di aggiungere una dimensione sovrumana ed apocalittica mediante una sola ellissi temporale, che chiude l’opera quasi come un ceffone  allo spettatore.

Il caos, il caso, la fede, il paradosso, il comico, la pantomima, il destino che bussa alla porta: un mix calibrato, equilibrato ed incandescente, come il fuoco sotto la cenere.

Un meccanismo spazio-temporale perfetto, senza alcuna sbavatura narrativa.

Un’opera da leggere con attenzione, come un libro tra le cui righe si nasconda molto più di quanto appare nel testo.