La Meccanica dell’Arancia (parte prima)

“Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultraviolenza e Beethoven”.

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Questo diceva, e dice ancora, la locandina di Arancia Meccanica (1971).

Sconvolgente, vero? Certo che sì, ma Kubrick ci ha tratti in trappola, rappresentando le scorribande di Alex e dei suoi drughi con mano lieve, trascinante e accattivante: la libertà più pura, sfrenata, l’imposizione aggressiva della propria esistenza sugli altri, l’esercizio del comando, del dominio sui deboli. Fare a botte con una gang rivale al ritmo de “La gazza ladra”, fare sesso con la carica del “Guglielmo Tell”, stuprare una devotchka cantando “Singing in the rain”, masturbarsi ascoltando un pezzo della gran nona del Ludovico Van.

Ah, quale liberazione, quale grandiosa visione del genio umano, quale potenza creatrice ed esaltatrice…. Chi non vorrebbe essere Alex? Godere di un attimo della sua infinita libertà?

Nessuno, dite? Dite che non si può solidarizzare con un simile delinquentello?

IARBALLE !! Il trucco kubrickiano è proprio questo: indurre all’identificazione e alla solidarietà verso l’individuo peggiore che si possa incrociare. Perché, in fondo, Alex non è proprio il peggio….

Chi può essere peggio di così? Che cosa può essere più ripugnante della violenza arbitraria di un uomo?

Risposta di Kubrick (e di Anthony Burgess, autore del libello ispiratore del film): la violenza del gruppo. Ovvero: la violenza mascherata da convenzione sociale. La violenza di quei drughi che, tradito Alex, continuano a menare con indosso l’uniforme della polizia; la squallida violenza psicologica che le vittime esercitano sui carnefici, come legittima vendetta personale o sociale; l’opportunismo viscido di quel ministro che prima manipola la mente di Alex per “redimere la pecorella smarrita”, trasformarlo in un automa a comando e poi, fallita la famigerata cura Ludovico (Van?), lo riporta agli istinti primordiali pensando bene di inserirlo appieno nella società (dove: in polizia? in parlamento? o che altro…?). L’Alex che torna “guarito” a trastullarsi con le fanciulle è ora un individuo peggiore di prima, perché ha imparato a indirizzare la sua aggressività verso un progetto finalistico: ora la sua violenza non è più istintiva, “artistica”, ma mira al potere personale e all’arrivismo sociale. Ora è stato “educato”.

Ad oltre quattro decenni dalla sua uscita, Arancia Meccanica resta la più sconvolgente, impietosa, grottesca e profetica analisi delle magnifiche sorti dell’umanità, e progressive e continua a colpire, oggi come allora; nel 1971 perché essa profetizzava un futuro sconvolgente, oggi perché siamo certi che quel futuro è il nostro presente.

La violenza metropolitana senza fine, la repressione, il viscidume e l’ipocrisia della classe dirigente, la dissoluzione dei legami familiari, la devastazione delle periferie sono ormai realtà.

Il film di Kubrick è un pugno nello stomaco alla sociologia d’accatto post-sessantottina, è un’irripetibile incursione nella mente umana, laddove sono custoditi gli istinti animaleschi, in quel territorio ambiguo e indefinito dove la libertà dell’individuo e le necessità dell’essere civile e sociale confliggono senza pace.

L’istinto naturale è posto a confronto con la civiltà costruita dagli uomini: le passioni, le pulsioni, gli istinti primitivi contro le convenzioni, l’omologazione, il soffocamento.

La libertà estrema, eccessiva, esagerata, creativa di un solo uomo contro la prigione dei riti sociali, contro una civiltà acquietata, sanata, tacitata, piegata ai fini del potere e della coercizione.

Un mondo futuribile (o già pienamente realizzato?) dove le qualità degli uomini, eccelse od infime che siano, sono progressivamente sterilizzate a beneficio di una diffusa mediocrità, dove ci si accontenta di un vivere dimesso senza lampi di genio. La meccanica di un eterno, monotono presente fatto di automi che agiscono a comando sulla base di un programma definito altrove.

“Quando un uomo non può scegliere cessa di essere un uomo.”

Diventa un organismo vitale privato di autonomia intellettiva.

Come un’arancia in un canestro di frutta.

Shining, il film doppio.

Lo so: per parlare di Shining, come di uno qualunque dei film di Stanley Kubrick, si dovrebbe scrivere un’enciclopedia.

Tuttavia vale la pena aggiungere qualche riflessione, non fosse altro che per esprimere qualche emozione o sensazione, anche sulla scorta del bel docu-film Room 237, che cerca di svelare i segreti della famigerata stanza dell’Overlook Hotel (che in realtà assomiglia tanto al monolite di 2001, ovvero tutto o nulla…)..

C’è bisogno di ricordare la trama? No, vero? Volete che vi ricordi davvero dello scrittore Jack Nicholson.. . pardon … Torrance,  che accetta, con la sua famiglia (la moglie Wendy e il figlio Danny) di farsi custode di un mega albergo sperduto nelle montagne del Colorado durante i mesi della chiusura invernale, ed in cui qualche anno prima il vecchio custode aveva accettato (nel senso di eliminate a colpi d’ascia..) le sue figliolette? No, non ne parleremo…

Parleremo invece del mistero di Shining, ovvero del perché un banale film horror rimanga a lungo nella mente, continuando a solleticare partecipazione e coinvolgimento…

Sì: ho detto banale. Il viso atterrito di Wendy (che più spalancato non si può), le accette, i coltelli, la musica metallica e dissonante, le presenze dal passato… Sono tutti elementi classici del cinema horror (e qui Kubrick non inventa nulla di nuovo), anzi appaiono esasperati, anche in maniera grossolana. Perché?

Perché Shining è una parodia del cinema horror. Non ci credete? Ecco:

1) “Wendy? Tesoro.. Luce dei miei occhi” dice Jack alla moglie mentre sale sulle scale dell’Overlook per ucciderla…

2) Il cuoco nero Halloran si fa migliaia di chilometri dal caldo della Florida al gelo del Colorado, sfidando la bufera ed i blocchi stradali, solo per ricevere un colpo d’accetta al cuore…

3) La bella ragazza che fa il bagno nella stanza 237 diventa all’improvviso tra le braccia di Jack una vecchia, coperta di piaghe (povero Jack, quale seduttore…);

4) All work and no play makes Jack a dull boy (“Tanto lavoro e nessuno svago rendono Jack un cattivo ragazzo”: traduzione letterale della frase originale che compare ripetuta nelle bozze del nuovo libro di Jack, nella versione italiana: “Il mattino ha l’oro in bocca”)

Parodia, dunque: ma è ovvio che Shining non sia tutto qui.

Sappiamo che i protagonisti del film sono il piccolo Danny ed il suo doppio Tony (la voce interiore che lo guida nel percepire gli eventi futuri). Ma non è solo Danny ad essere doppio. Doppio è anche il film: perché dentro Shining, c’è un altro Shining

L’altro Shining: il film sulla dissoluzione del tempo: in nessun’altra opera moderna il tempo (quello fisico, quello di Galileo) viene distorto ed annullato come qui, come in una filigrana immaginaria alla Borges, come in un frattale alla Pollock.

Notate ad esempio le sequenze in cui vediamo interagire:

– persone presenti nello stesso tempo ma in luoghi diversi (Danny all’Overlook, Halloran in Florida);

– persone presenti nello stesso luogo ma in tempi diversi (Jack ed il cameriere Grady, o Jack ed il barman Lloyd);

– la stessa persona presente nello stesso luogo in tempi diversi (Jack nel 1980 e nel 1921).

Kubrick frantuma la logica della successione temporale, ma non come Sergio Leone in C’era una volta in America, dove il passato, il presente ed il futuro, anche se intercalati, hanno una netta separazione e sono caratterizzati ciascuno da eventi ben circoscritti.

Invece, l’Overlook Hotel è un luogo degno di Einstein e della teoria della relatività, dove spazio e tempo sono la stessa cosa, e dove gli eventi non hanno più una connessione sequenziale, bensì solo casuale: il 2020 è già qui, come lo è ancora il 1950, ma in un diverso insieme di coordinate; in quell’hotel-universo sono presenti contemporaneamente più dimensioni, ed un singolo evento avviene in tempi diversi. Solo la limitatezza degli uomini ne impedisce la percezione.

Alcuni, però ci riescono: Danny ed Halloran. Forse loro hanno davvero lo Shining (superflua la traduzione di shining: brillantezza, ovvero, per assunto, la luce dell’intelligenza) che permette trascendere i sensi ordinari.

Che cos’è dunque l’Overlook Hotel, con tutti i suoi labirinti e le sue misteriose presenze? (anche qui sono superfluo, ma to overlook significa: dominare, guardare dall’alto….).

Pensate ai i tipi umani di Shining:

Jack: l’intellettuale fallito in preda ad un blocco mentale, che soccombe sotto i colpi della sua ira e che, come Sisifo, è costretto a rivivere ciclicamente la sua sconfitta.

Wendy: la moglie ingenua e fragile ma pura e innocente, che riesce, senza sapere come, a trovare la forza per liberarsi dalla follia del marito.

Danny: il bimbo dotato di poteri straordinari, di preveggenza ed intelligenza, vero dominus del film, artefice dei destini di tutti i protagonisti…(che strano: mi viene in mente il nascituro di 2001, ormai cresciuto…)

Chi tra questi tre incarna l’essenza stessa del Cinema?

E con chi, tra loro, si sarà mai identificato il caro, vecchio Stanley?

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