Quel monello di Chaplin…

A conclusione del ciclo tematico dedicato a Charlie Chaplin, che si è avvalso della consulenza tecnica e artistica del professor Nuccio Lodato, pubblichiamo, con orgoglio e riconoscenza, il commento introduttivo che il professore ha preparato in occasione della proiezione de Il monello.

Immagine

“Tanto gli amici coi quali abbiamo visto o rivisto insieme La febbre dell’oro il mese scorso, che quelli che non c’erano, potranno godere del pari quest’altro assoluto capolavoro chapliniano, di poco più di cinquanta minuti, realizzato nel 1921, in un momento-chiave nello snodarsi della carriera del grande uomo di cinema. Chaplin si è già lasciato alle spalle, con la prima guerra mondiale, il periodo delle grandi comiche brevi; si è congedato tematicamente anche dalla guerra, con un altro precedente capolavoro, Charlot soldato (1918) realizzato nel periodo in cui, passato dalla casa di produzione Mutual alla First National, vi realizza nel giro di quattro anni altri sette mediometraggi, dei quali Il monello rappresenta l’approdo centrale, e Il pellegrino, che sarà l’ultimo della serie (1922-23), la perla conclusiva: non a caso l’unico, con lo stesso Monello, palesemente tendente alla misura del lungometraggio. E infatti nello stesso ’23, con l’effettivo ingresso operante, buon ultimo, nella neonata United Artists che aveva fondato con Mary Pickford, Douglas Fairbanks e David Wark Griffith, Chaplin passerà definitivamente anch’egli alla direzione di lungometraggi, prima col magnifico dramma -cui eccezionalmente non prende parte come attore- Una donna di Parigi, poi dando inizio alla lunga e complessa preparazione appunto de La febbre dell’oro, appena riproiettato proprio qui. L’importanza de Il monello, oltre che nella sua clamorosa e perfetta riuscita, risiede proprio nel rappresentare una sorta di sintesi del miglior Chaplin precedente e dell’incredibile, ulteriore maturazione tematica di quello successivo (dopo La febbre dell’oro, nei quarant’anni circa di carriera che ancora svilupperà, Chaplin congederà soltanto otto lungometraggi, alla media quindi di uno ogni cinque anni circa…), alla pari con un altro mediometraggio First National, girato appena prima e di analoga ispirazione, Vita da cani. Dalle comiche precedenti deriva il mondo in cui la vicenda è ambientata: la componente autobiografica con l’orfanotrofio, il povero quartiere, i poliziotti goffi e implacabili, il vagabondo che “da maschera diventa personaggio”, gli espedienti, gli improvvisi passaggi dalla povertà alla ricchezza (la madre sedotta e pentita per l’abbandono). L’eccezionale piccolo Jackie Coogan (l’incontro col quale ispirò a Chaplin la prima idea del film), sfruttato con sapienza quasi opportunistica dall’autore, fu il valore aggiunto differenziale. Interessantissima anche la sequenza incantata del sogno, nella quale -una curiosità- l’angelo è interpretato dalla dodicenne Lillita McMurray, la futura Lita Grey, imminente effimera seconda moglie-bambina di Chaplin, e mancata protagonista de La febbre dell’oro, sostituita da Georgia Hale. Musiche originali di Chaplin per la riedizione 1971, come per La febbre nel ’42.” 

Nuccio Lodato *

(*professore a contratto di Archivi e progetti per il cinema e lo spettacolo all’Università di Pavia. Con l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Pavia ha collaborato per un ventennio per iniziative, studi e pubblicazioni dedicati al cinema, è coordinatore della giuria dell’ultratrentennale Premio “Adelio Ferrero” e ha diretto il festival della critica cinematografica “Ring!”. Autore, curatore e compartecipe di numerosi volumi, ha scritto per le principali riviste italiane e dal 1981 collabora a “Cineforum”).

Chi resta.

Che cosa resta da fare a chi resta, se non lottare contro dio e tutto ciò che rappresenta.   O addirittura essere come dio, ma dall’altra parte.

Una raccolta di nomi in bianco e nero, attraversa lo schermo di fronte agli spettatori.                                                                                                                              Alle spalle degli attori, chiamati in scena a raccontarle le storie di quei nomi composti in lista.                                                                                                                                        Lunga come la Storia dell’Italia.

L’Italia nera, degli anni di piombo.                                                                                       L’Italia lacerata, dalle stragi di mafia.                                                                                   L’Italia corrotta, da abusivismo e tangenti.

In mezzo a tutti quei nomi, resta lo Stato. Che non protegge, ma si protegge. E tutti quei nomi, dall’altra parte.

Quelli che hanno amato, e si sono ritrovati orfani. Vedove. Portatori di lutti improvvisi e inaccettabili.                                                                                                                      Quelli che si sono armati. Per odio e ideale. Per noia borghese. Per un sogno che nessun altro riesce ancora a vedere. Ad oggi, nemmeno più loro.

In questa Storia forse dei nomi dei singoli, degli episodi in particolare, si può fare a meno. Una tragedia personale, se ripetuta più volte, diventa tanto collettiva da non temere anonimato.

Su tanti protagonisti senza nome, solo uno risuona esteso fino al cognome.    Riconoscibile come il tonfo alla fine di un volo. Quello che spiccò oltre le finestre della questura milanese.                                                                                                           Come se in quell’assassinio rimasto impunito, ci fosse tutto il senso della nostra Italia e tutta l’impotenza del nostro stesso stato.                                                                            Uno stato troppo piccolo per queste grandi tragedie.

Che resta quindi a chi resta sopra e sotto il palco, dentro e fuori la cronaca.                     Che speranza, che giustiza? Eppure qualcosa resta, ben oltre la memoria che mastica rabbia.

“Un pezzettino di utopia, da portare in tasca”.                                                                     Una fede superiore alla mancanza. In bilico tra costruzione del perdono e ricerca di giustizia.

Chi resta, dal 22 novembre al 5 dicembre 2013. Teatro Sala Fontana – Milano