Il castello: cronache da una frontiera

Come ha dimostrato l’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il documentario è un ambito nel quale il cinema italiano sta trovando nuove e vitali forme di espressione narrativa e artistica. Tra i maggiori lavori degli ultimi anni spicca Il castello di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti: un progetto di Lab 80 film, FIC (Federazione Italiana Cineforum) e Laboratorio 80, presentato in molteplici film festival, e gratificato con numerosi riconoscimenti.

Dalla sinossi: Il castello è un film che racconta un anno dentro l’aeroporto intercontinentale di Malpensa, un luogo in cui la burocrazia, le procedure e il controllo mettono a dura prova la libertà degli individui, degli animali e delle merci che da lì transitano….. Osservando la vita dell’aeroporto componiamo, in quattro movimenti, il ritratto di una frontiera.

Quattro episodi, uno per stagione, in cui si raccontano gli arrivi degli immigrati, i controlli antidroga, la vita dei clochard, l’addestramento delle forze dell’ordine, i pattugliamenti, all’interno di un macro e microcosmo in cui confluiscono migliaia di individui, ritratto di un’umanità in viaggio e del viaggio dell’umanità.

Il film si apre con una sequenza emblematica: dall’interno di un mezzo di servizio, si percorre la pista in un mattino buio e nevoso insieme ai tecnici che devono verificare la possibilità di riattivare il traffico aereo: un viaggio circolare e ossessivo, meticoloso e preciso all’interno di un non-luogo, senza una meta definita, nella luce livida dell’alba, cui si contrappone come contraltare l’immagine finale di un aereo che si perde tra le nuvole.

In mezzo, il mondo dell’aerostazione si trasforma un un luogo straniante e asettico, quasi indifferente, come epifania dell’ultramoderno: lunghi corridoi ora pieni, ora vuoti, scale mobili che si perdono nell’infinito, oblò su pareti anonime da cui si butta uno sguardo distaccato sui passeggeri in transito, sedie vuote che aspettano qualcuno, uomini e donne che attendono il compiersi del loro destino: restare, proseguire o tornare indietro.

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In un’epoca in cui il cinema di fiction sembra avere smarrito identità e forza tematica, il documentario si propone come una nuova forma di narrazione cinematografica, dove il racconto della realtà non è più un mero esercizio divulgativo o cronachistico, ma il substrato dal quale l’abile occhio del regista sa sublimare la verità del visibile nell’universale mistero dell’arte.

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