Medea

Mantiene intatto l’ingranaggio statico della tragedia greca ma vibra e muove come coriandolo in tempesta, l’ira di questa Medea vestita a lutto oramai pronta a disperdere ogni forza e ogni affetto dentro la cenere che giace sotto il rogo della sua vendetta.

Il pugno chiuso e tremante è  cornice e gabbia del cuore che trasuda rancore cieco e odio furioso  intanto che  la voce placida e quasi tenera mima richieste di grazia.

Esporsi a tutto e sfidare il destino, pur di appropriarsi per intero del proprio nome.

Come gli Argonauti, che domarono l’abisso del mare e poi caddero uno ad uno come pegno della propria personale colpa. Così Medea, è pronta a morire per sua scelta, in nome dell’unico delitto in cui si riconosce. Artefice del proprio mito fino al peggiore degli orrori.

Convince la furia composta di Maria Paiato, in una messa in scena attuale nei costumi e nello svolgimento. Fissa in pochi gesti, tempestosa nella voce sprezzante di ogni legge umana e divina. Un mito senza innocenza e senza speranza.

In un duello che non conosce  vincitori, Pierpaolo Sepe restituisce una Medea che si inginocchia solo al proprio nome. E commuove di tanto spavento.

“Il male mi vince”.

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