ARGO. E il cinema superò sé stesso.

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Residenza dell’ambasciatore canadese a Teheran, in piena rivoluzione islamica: in quella casa ci sono 6 funzionari statunitensi e Tony Mendez, l‘agente della CIA che li deve esfiltrare dall’IranQuando arriva una telefonata inattesa dal quartier generale di Washington, anche il cinefilo più navigato non può trattenere l’emozione e l’angoscia.

E’ la scena centrale di ARGO, splendido gioiello firmato da Ben Affleck, e uno dei tanti momenti di grande cinema offerto dalla pellicola, basata su una storia vera e su documenti della CIA derubricati dal Presidente Clinton. Nel 1979, durante la rivoluzione komeinista, sei funzionari dell’ambasciata statunitense si rifugiano nella residenza dell’ambasciatore canadese; per sottrarli alla cattura, la CIA monta un’incredibile finzione, cioè la produzione di un finto film di fantascienza da girare nel deserto iraniano (che somiglia tanto al Tattoine di Lucas), con la quale infiltrare nel paese i propri agenti.

L’elemento vincente di Argo è la sovrapposizione di diversi livelli narrativi: c’è la spy-story alla 007 e c’è il documento storico che racconta, con l’ausilio dei filmati dell’epoca, uno tra i fatti più drammatici del Novecento, in cui la politica americana non è motore immobile: la condanna della violenza della rivoluzione non prescinde dalla denuncia del sostegno fornito dal mondo occidentale al preesistente regime dello scià, violento e rapace. Su questo punto, Argo non tace.

Spesso il cinema a stelle e strisce ha riscattato agli occhi del mondo l’immagine degli USA ben prima della politica: Tutti gli uomini del presidente (Watergate), Il cacciatore e Platoon (Vietnam), The hurt locker (Medio Oriente); opere che per prime hanno analizzato le storture e gli errori politici e militari delle amministrazioni americane e che hanno preparato la strada alla contrizione politica: sia chiaro, questa è la forza di una nazione che è abituata a lavare i propri panni in pubblico, senza lanciare anatemi, né costringere all’esilio, o al silenzio, le voci dissonanti… (Putin, Assad, Ahmadinejad, mi leggete ?!?).

Ma ciò che fa volare altissimo il film di Affleck è l’incredibile intreccio di realtà e finzione: il vero Argo racconta la storia di un finto Argo, che fu annunciato al solo scopo di introdurre in Iran agenti della CIA sotto le mentite spoglie di tecnici cinematografici, con il fine di liberare funzionari americani che si spacciavano per canadesi. Geniale !!

E straordinario è il fatto che la sceneggiatura reale giacente ad Hollywood alla fine degli anni ’70 viene realizzata trent’anni dopo da Affleck per raccontare di come il film che da essa doveva nascere non fu girato !!

La preparazione del finto film è narrata all’interno di una cornice caricaturale e dissacrante di quella Hollywood, in cui si aggirano produttori falliti, scrittori senza idee, e sceneggiature orfane di autori. Con un occhio benevolmente canzonatorio, Affleck racconta di quel mondo vuoto, che improvvisamente si ridesta e ritrova l’entusiasmo per una giusta causa, in ragione della quale però esiste il rischio di compromettere brillanti carriere o prosciugare qualche conto in banca. Ciò che sorprende è come il racconto della nascita del finto Argo sia intercalato alle voci (vere) ed alle immagini originali dell’epoca.

In una sequenza semplicemente stupenda troviamo John Goodman che legge alla stampa la trama farlocca mentre si sentono in sottofondo le voci originali dei reporter e quella del presidente Carter. Ad un certo punto John Goodman dice: “Fine della sceneggiatura” e partono gli applausi dei cronisti presenti.

Ma chi ha recitato davvero?

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