E se la Luna lasciasse l’orbita terrestre?

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(Spazio 1999)

Se lo chiesero gli autori di una serie televisiva italo britannica
ormai cult che rimarrà negli annali delle serie televisive
fantascientifiche. L’idea è semplice ed allo stesso tempo apre ad
innumerevoli scenari: il 13 settembre 1999 (!) una serie di eventi
catastrofici spinge la Luna fuori dall’orbita terrestre e la
malcapitata colonia umana di BASE ALFA si rassegna a vagare nello
spazio. Lasciamo ovviamente perdere tutte le implicazioni fisiche
dirette e indirette che ciò comporta e che furono subito tacitate per
evitare un’incongruenza iniziale impossibile da superare. Non è questo
il punto della situazione. Gli autori e i produttori (la coppia
Anderson) hanno creato un’astronave grande quanto un satellite e
questo basta come incipit ad una serie che farà storia.

Riguardandola ora, la tenerezza prende il posto dei sentimenti di
ansia e pericolo imminente che caratterizzavano la visione
(rigorosamente in bianco e nero) dell’epoca. Gli alieni avevano tutti
sembianze umanoidi, parlavano un perfetto inglese (tradotto in
perfetto italiano). Molti di loro, così come tutti i componenti dello
STAFF ALFA, indossavano abiti con spalline importanti e pantaloni a
zampa d’elefante (senza tralasciare le comodissime zeppe spaziali). I
pianeti alieni presentavano atmosfera sempre compatibile con il genere
umano e la flora solitamente era rappresentata da lampade disegnate da
un noto architetto (lo stesso che firmerà gli arredamenti di BASE
ALFA).

L’apoteosi si raggiunge quando uno dei protagonisti indossa occhiali
da sci di una nota marca per proteggersi da pericolosissime radiazioni
di un mondo alieno. Ma questa semplicità (ora divertente per i serial
tv addicted come me) bastava per rendere la scena concitata e
drammatica (lo proteggeranno, con che tecnologia avanzata sono stati
prodotti?).

Con la seconda stagione cercarono di introdurre una novità che
riportasse gli ascolti ad un livello ragionevole (dopo la separazione
dei produttori) introducendo la bella aliena MAYA (se non fosse per
quelle sopracciglia aliene non avrei immaginato la provenienza
extraterrestre). Mutaforma con propensione a quelle conosciute o
comunque umanoidi.
Questa novità non darà però il risultato sperato e il pubblico non
avrà mai un’ultima puntata chiarificatrice.

Naturalmente (come in tutte le serie dell’epoca che si rispettino)
nessuno dei protagonisti morirà mai. Ricordate le squadre di sbarco di
STAR TREK? Tre protagonisti ed uno sconosciuto. Indovinate di chi sarà
il cadavere abbandonato sul pianeta ostile. Ma questa è un’altra
storia che vi racconterò.

(sajikur)

Vivere è un abuso, recitare è un pretesto

Non è il Don Giovanni di Mozart. Non è quello di Molière.

È il Don Giovanni di Filippo Timi, che scrive e dirige se stesso dentro una scena pensata allo scopo.

Si promette un abuso. Si realizza uno scandalo.

Forte di un nome che non sa farsi garanzia, Timi porta in scena uno spettacolo che dovrebbe essere sovversivo e che invece risulta solo inconcludente e fastidioso.

Se a fronte di un nome affermato, non sei in grado di sviscerare oscenamente il tuo talento, sei solo un teatrante da Bagaglino.

Timi, ovvero l’illusione di essere attore.

Ne consegue delusione di uno spettatore che credeva d’essere a teatro e si è invece ritrovato in un circo di palpatine e toccatine da Vanzina.

Scene buttate alla rinfusa senza continuità logica. Vocette falsette, che fanno da parafrasi a una grande capacità recitativa che si svuota in macchietta ridicola ma accattivante per un pubblico ammiccante.

La cifra ironica del Romeo e Giulietta, debordata in Favola, diventa adesso uno stanco ritornello di cose già sperimentate e riproposte al peggio.

Il mito barocco eccessivo e blasfemo di Don Giovanni perde tutta la sua carica eversiva dentro il delirio egocentrico e vuoto di un attoregista che deve ancora (ancora e ancora) dimostrare di non essere linguisticamente e sessualmente represso con mezzucci da avanspettacolo spacciati per avanguardia intellettuale.

Nessun rimpianto nell’aver abbandonato la sala durante l’intervallo.

Anzi, solo uno.

Quello di non aver potuto godere degli splendidi costumi che, vuoti di regia, avrebbero saputo raccontare un Don Giovanni veramente votato all’abuso della vita.