L’Amour di Haneke sul filo del tempo

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Chi pensasse che Amour di Haneke sia solo un film sulla malattia e sulla desolazione che essa porta in una famiglia, non ne coglierebbe che una parte solo superficiale.

La storia del declino di una coppia, Georges ed Anne (due maestri di musica interpretati meravigliosamente da Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva), innescato dall’ictus che colpisce la donna, è il filo conduttore di una potente analisi del linguaggio del cinema,  del suo contenuto e del modo di raccontare.

Se (ma spero: quando) guarderete il film, concentratevi sulle tre sequenze di apertura e sulle due di chiusura (il doppio finale che si protende ben oltre la morte di lei), che scardinano ogni concetto logico di narrazione temporale.

Prima sequenza. La polizia sfonda la porta di un appartamento sigillato e trova il corpo senza vita di Anne, ricomposto degnamente per il suo ultimo viaggio.

Seconda sequenza. La platea di un teatro (chiaro rimando al finale de “Il nastro bianco”) in attesa di qualcosa che sta per avere inizio: un concerto, al quale Georges ed Anne sono spettatori.

Terza sequenza: Georges ed Anne rientrano in casa e, con movimenti routinari e perfettamente dettagliati dalla narrazione, si prospettano a guadagnare il riposo notturno.

La mattina seguente si manifesta la malattia di Anne, immortalata in una sequenza già capitale nella storia del cinema, di cui si è parlato tantissimo in altre sedi (la vedete, del resto, nella locandina). Da questo momento l’appartamento della coppia diventa l’assoluto protagonista del film: una casa in stile antico, ricca di libri, di musica, di mobili, che con l’andare dei minuti diventa sempre più una prigione in cui si consuma il rispettivo distacco dalla vita. Tra visioni oniriche e desolata realtà, il finale sembra (e ripeto: sembra) inevitabilmente predefinito, fino ad arrivare alla sequenza che pare chiudere il cerchio con il rimando al letto di morte di Anne.

Ma ecco le due sequenze finali, che spalancano al film le porte di un mistero solido ed infinito. Dunque, c’è qualcos’altro da mostrare, da capire, al di là della fine di una vita. Le due ultime scene (epifanie alla Joyce) proiettate oltre lo schermo, si fanno carico di una drammatica, vitalissima espressione di libertà: guardate come Haneke riprende ora l’appartamento, e come il viso di Isabelle Huppert (la figlia di Georges ed Anne), esprima sì la rassegnazione del distacco, ma nel contempo, la consapevolezza che tutto ciò che è stato raccontato appartenga ad un altro luogo, nello spazio infinito, fuori dal tempo.

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One thought on “L’Amour di Haneke sul filo del tempo

  1. E’ l’unica recensione di Amour che non mi sono pentita di aver letto. Precisa e asciutta, senza rimandare in retorica didascalia.

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