J. Edgar, tra demistificazione e disadattamento

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Il recente passaggio in prima TV del film “J. Edgar” di Clint Eastwood può suggerire qualche riflessione, soprattutto attorno a due parole, che credo rappresentino bene il cinema di Eastwood autore: demistificazione e disadattamento.

Demistificazione: nel dittico di opere sulla battaglia di Iwo Jima, Eastwood si è dedicato a combattere i falsi miti che la retorica di stato aveva costruito attorno ad un evento comunque simbolico; in “Un mondo perfetto” vacilla invece il manicheismo buono-cattivo su cui peraltro il Clint attore si era più volte esibito: l’uomo tutto d’un pezzo che si oppone al male senza compromessi; ne “Gli spietati”, western poetico e crepuscolare, il nostro ha definitivamente sotterrato il poncho del Monco.

Disadattamento: un tratto comune a tutti i personaggi interpretati da Eastwood, o da lui diretti (Joyce li definirebbe “gli esclusi dal banchetto della vita”): reduci ed operai senza pace, allenatori falliti, vagabondi senza meta che siano, tutti quanti cercano di ritagliarsi un ruolo nel mondo, oppure di cercare con esso un impossibile armistizio.

Paradossalmente, il John Edgar Hoover da lui narrato rientra benissimo in queste due categorie.

Nel film “J. Edgar” non troviamo nessuna rivelazione dirompente; anzi, la Storia resta quasi sempre sullo sfondo di quella che è, di fatto, l’intensa e cupa pittografia di una vicenda umana, interpretata da un magnifico Di Caprio.

La demistificazione dell’uomo è insita nella rappresentazione di un anti-personaggio che con le sue manipolazioni, i ricatti, gli agguati, rappresenta il volto sporco dell’America del Novecento.

Ma, ecco la sorpresa, anche Hoover è, in fondo, un emarginato. Dominato da una madre onnipresente, incapace di un rapporto con l’altro sesso, vittima di fobie e di paure, contro cui si difende innanzitutto innalzando un ego smisurato, ha avuto però la fortuna di trasformare le sue ossessioni in un lavoro, fino a diventare il Poliziotto d’America dal 1924 al 1972, ovvero direttore dell’ FBI, sua creatura, per 48 anni.

Anche in questo film, Eastwood mostra che le piccole o grandi Storie del mondo sono in realtà il risultato del modo in cui gli uomini e le donne sanno fronteggiare le proprie sconfitte.

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